Francesco Vernelli

comunicazione, web, marketing

Chi ha inventato lo storytelling?

Lo storytelling è la tecnica di comunicazione che va oggi di moda (si offende qualcuno se dico così?). Non è un’invenzione recente ma, per quel che mi è capitato di scoprire, nemmeno banale: affonda le sue radici (forse) nella pittura di qualche secolo fa.

C’è un pittore in particolare a cui potremmo attribuire l’invenzione dello storytelling: Rembrandt. Il pittore olandese del ‘600, noto per i suoi ritratti, ha costruito la sua tecnica sui principi della narrazione. Il quadro “Lezione di anatomia del dottor Tulp” ne è un esempio: la raffigurazione non solo non è statica, ma invita lo spettatore a completare l’azione iniziata nell’opera, lascia intuire che c’è qualcosa di incompiuto. Il quadro, all’occhio attento degli studiosi, non è una raffigurazione “fotografica” della realtà; ne è in realtà una ricostruzione basata su elementi che l’artista ha messo insieme per costruire la sua versione della realtà, la sua storia.

Altre testimonianze in questo senso arrivano da opere olandesi dello stesso periodo. Nei dipinti di Vermeer la scena è costruita come un racconto: rappresentazioni e ritratti, con una certa frequenza, non rappresentano una “foto” della realtà ma l’interpretazione dell’artista, una ricostruzione. La ragazza con l’orecchino di perla non è esistita, non è una rappresentazione realistica (ne sono prova il turbante che non veniva indossato in Olanda e le perle che all’epoca erano più piccole) ma lo storytelling di un personaggio fatta dal pittore.

Più semplice da capire, sulla stessa scia, è il dipinto “il Toro” di Paulus Potter: in questo caso l’analisi del quadro ha portato a scoprire che l’animale rappresentato ha i denti di un vitello, le corna di un toro anziano e il corpo di un toro giovane; in buona sostanza la raffigurazione è la ricostruzione, migliorativa, di un toro fatta con gli elementi che l’artista artificiosamente ha voluto mettere insieme. Non è un toro quello rappresentato, è l’idea di toro che Potter ha voluto trasmettere al lettore, anche in questo caso il suo storytelling. In questi casi possiamo parlare di un miglioramento della realtà frutto della raccolta di visioni diverse dell’artista della realtà stessa. 

Il pittore migliora la realtà che vede traducendola in una rappresentazione a cui lo spettatore può dare una propria interpretazione: in altre parole il pittore applica lo storytelling.

Al tempo della comunicazione sul web mi pare molto interessante la questione che siano i rappresentanti di un’arte visiva come la pittura ad aver posto le fondamenta di un processo narrativo che oggi viene utilizzato nella comunicazione on line perché sia più efficace. Un’ultima nota mi viene in mente: se fossi un’impresa, un brand, un professionista della comunicazione e volessi capire qualcosa di più sul domani, al cosa migliore che potrei fare sarebbe quella di rivolgermi a un’artista. L’unico che potrebbe intuire con una certa precisione che direzione prenderà il futuro.

 

Identità digitale

Lo scorso fine settimana ho scoperto uno strumento simpatico per calcolare la rilevanza della propria identità digitale. Più indicato per chi è alle prime armi, piuttosto che per chi è un utilizzatore professionale degli strumenti digitali (social media, blog, ecc.).

On line ID calculator è basato sulle ricerche Google e chiede di rispondere a 10 semplici domande per fare una stima della propria rilevanza digitale. In realtà la disamina, perlomeno nel contesto italiano, forse è un po’ superficiale. Però può restituire indicazioni interessanti. Anche perché offre alcuni spunti su come lavorare e aggiustare il tiro qualora la propria “impronta digitale” non sia così performante.

Quando avrete risposto alle domande, On line ID calculator posizionerà il vostro brand all’interno di un quadrante su cui sono rappresentati volume e rilevanza della vostra presenza on line: i quadranti in cui potreste posizionarvi sono “digitally disastrous” (molta presenza ma poco qualificata), “digitally dissed” (poca presenza e poco qualificata), “digitally dabbing” (poca presenza ma molto qualificata), “digitally distinct” (molta presenza qualificata).

Il sistema vi da anche dei consigli che riguardano la “purezza” (quanto i risultati on line rappresentano in maniera coerente il vostro brand),  la “diversità” (la varietà di piattaforme su cui siete presenti e la varietà di contenuti con cui lo siete), la “credibilità” (cioè quanto i risultati che vi rappresentano lo fanno in maniera buona).

A cosa serve uno strumento come questo? Dal mio punto di vista, come accade (o forse è meglio dire come è accaduto) con Klout, ad avere un benchmarking delle proprie attività online. Sconsiglio di mettersi a paragonare il proprio risultato con quello degli altri (a mo’ di gara) oppure di utilizzarlo come indicatore (quasi) unico della professionalità di un soggetto.

La prova la possono fare professionisti ed anche aziende e organizzazioni: quello che si può misurare è un brand nel senso più lato possibile. Personalmente ho fatto la prova e il distintivo che ho ottenuto è quello qui sotto. 🙂

 

 

I am digitally distinct! Visit onlineIDCalculator.com

Quello che le password non dicono

Qualche giorno fa mi è stato chiesto di intervenire alla presentazione di un piccolo prodotto editoriale con un intervento dedicato alle password e a quello che rappresentano. La ricerca e quel che ho trovato mi hanno spinto a riportare la riflessione in questo post.

I codici cifrati che utilizziamo quotidianamente per proteggere i nostri dati in realtà ormai sottendono un po’ tutto il nostro mondo. Le password “nascondono” agli occhi degli altri (o almeno così speriamo) tre aspetti fondamentali della nostra vita. I nostri ricordi, perché ormai archiviamo gran parte delle cose che ci succedono (foto e non solo) all’interno di archivi informatici (locali, come il nostro computer, oppure remoti, con sistemi cloud); i nostri soldi (sarà un aspetto poco nobile, ma sicuramente essenziale), perché ormai i sistemi di home banking e trasferimento immateriale di denaro sono uno standard; le nostre relazioni, perché dall’avvento dei social network giochiamo una buona parte della nostra vita emotiva con una mediazione informatica. Ricordi, soldi e relazioni che affidiamo alla sicurezza delle password. Mi sembra una buona dimostrazione di fiducia: ma come scegliamo le password?

Tecnicamente, in generale, non siamo molto bravi considerato che (dati del 2015) ancora una persona su 1000 sceglie come password la parola “password” e due su 10 scelgono la composizione nome e anno (decisamente vulnerabile). Ma la risposta che voglio dare alla domanda (come scegliamo le password) non è tecnica. Mi ha colpito il percorso (non so se chiamarlo report o dossier) che ha realizzato Ian Urbina, giornalista del New York Times, su quella che lui ha chiamato “la vita segreta delle password” (qui l’articolo in lingua inglese). Il meccanismo con cui scegliamo le password in realtà ha molto a che vedere con le nostre emozioni.

Le password che scegliamo sono spesso legate a ricordi emozionalmente importanti della nostra vita.

Negli esempi che riporta Urbina (al link la versione in italiano) c’è chi ha scelto la propria password collegandola alla fine di una storia di amore, chi a un ricordo della propria giovinezza, chi a un proprio obiettivo. C’è chi ha utilizzato ironia e chi invece il dolore: le password sono intrise di metafore, a volte persino pathos.

In ogni caso le password che scegliamo non sono mai banali o codici qualunque.  Come dice una persona intervistata da Urbina le password sono “poesie di una sola parola“. Mi piace pensare allora che dietro a ogni password in realtà ci sia una storia e che se avessimo un posto in cui raccogliere tutte le password che abbiamo utilizzato, quel posto non sarebbe una rubrica o un fascicolo pieno di codici. In realtà sarebbe un nostro diario, il racconto per codici della nostra vita, la storia delle nostre emozioni.

 

PS: in realtà c’è chi questo diario lo ha realizzato (quello della foto); lo potete trovare alla Libreria IoBook di Senigallia.

5 consigli per fare le presentazioni

Nell’era digitale la frase “fare le presentazioni” si arricchisce di un significato: se nella lingua comune significa presentarsi l’un l’altro, oggi vuol dire soprattutto preparare delle slide. Per cui chi fa le presentazioni non è l’ospite di una serata ma qualcuno che deve tenere uno speech, una conferenza, un seminario, un corso. E se per fare le presentazioni alla vecchia maniera servivano gentilezza e diplomazia, per quelle al pc che cosa serve?

Con un po’ di esperienza nel settore (tutto learning by doing) provo a mettere a fuoco quelli che secondo me sono aspetti fondamentali. Fare le presentazioni è innanzitutto un lavoro di strategia più che di distribuzione dei contenuti: bisogna fare attenzione a quel che si dice, a come lo si dice e alle reazioni che si vogliono suscitare (ricordo, stupore, memoria, meraviglia…). Ecco 5 consigli utili:

Utilizzare un software con cui si ha dimestichezza: per realizzare presentazioni efficaci imparate ad utilizzare un software con il quale potete muovervi bene. Non importa che sia all’ultima moda o che abbia effetti sconvolgenti: a vincere saranno sempre i contenuti e se questi sono orginali ed efficaci il prodotto finale può tranquillamente essere un PDF (anzi, spesso è il formato migliore per essere il più possibile condivisibili e utilizzabili su piattaforme oin line e sistemi di proiezione)

Le parole sono importanti, ma le immagini creano entusiasmo: trovate le parole giuste, siate sintetici, fate in modo che le frasi che utilizzate (mai piùdi tre o quattro per slide) siano studiate per avere l’effetto “on” sul cervello di chi vi ascolta. Utilizzare metafore semplici e legate alla vita quotidiana è un buon modo di catturare l’attenzione. Scegliete con cura le immagini: siate maniacali e, soprattutto originali nella scelta e nella combinazione con le parole (no, le prime immagini di Google non vanno bene). Nel mio ultimo libro ci sono suggerimenti importanti anche per questo

Tempo al tempo: quanto durerà la vostra presentazione? Calibrate il numero di slide nel tempo che vi è stato assegnato. Se ne farete troppo poche sembrerà che non avete argomenti o che siete poco preparati; se ne fate troppe darete l’impressione di aver saltato argomenti importanti. Una volta realizzate le slide provate a presentarle a qualcuno (specialmente le prime volte) e cronometratevi. Se vi piace parlare state stretti con il numero delle slide, se siete ansiosi aggiungetene qualcuna.

Curare l’audience: sembra una cosa banale ma ricordatevi che non state parlando a voi stessi. Sono ancora troppi gli speaker e relatori che si parlano addosso, che si compiacciono di quel che dicono, che non ascoltano il pubblico e il suo umore. Finite le slide pensate ad una presentazione che vi ha annoiato o che avete trovato poco efficace: se la vostra gli assomiglia troppo cambiate qualcosa (errori più frequenti: troppa roba scritta, immagini scadenti come clipart, nessun riferimento pratico o personale).

Seguire un percorso (bella storia): le cose che ascoltiamo più volentieri sono le storie (le favole insegnano). Create attraverso le slide una trama  e seguendo un vecchio consiglio utilizzate il copione che dice di: dire quello che direte, dirlo, dire quello che avete detto. In altre parole: anticipate un indice dei contenuti che esporrete, esponete i contenuti, fate un riassunto finale.

Dopo questi consigli se qualcuno volesse vedere qualche esempio pratico questo è il mio profilo su slideshare in cui ho raccolto le mie principali presentazioni (e se ci fate caso quelle più vecchie sono molto diverse da quelle più recenti). Se fate una presentazione dopo questi consigli, segnalatemela! Spero di poter assistere: sarà un piacere ascoltarvi!

 

Scrivere per dummies

Questa settimana esce per Hoepli Editore un mio nuovo libro dedicato “alle cose del web” come dice qualcuno che mi conosce ma non sa bene di che cosa mi occupo. Il titolo del libro è “Blog di successo for dummies” e fa parte di un genere, “for dummies”, dedicato a chi di un tema non è affatto competente. La traduzione del termine “dummies” (plurale di dummy) forse non è tanto simpatica, ma soprattutto nella prassi editoriale non ha più una connotazione negativa.

Essere un autore “for dummies” mi entusiasma. Non solo perché finalmente mi trovo in un terreno in cui sono a mio agio, come mi ha detto qualcuno (che fa la stessa cosa). A me in particolare piace molto l’idea di poter scrivere (e di aver scritto) qualcosa che possa essere utile a chi di quel tema sa poco o nulla. Ho lavorato per anni e lavoro tuttora in un settore, quello dell’orientamento professionale, in cui uno dei principi fondamentali è “fare in modo che ti ascolta impari qualcosa” (dire maièutica mi sembrava troppo). Sono a contatto solitamente con i giovani che vivono proprio l’età dell’apprendimento (inteso in senso lato perché, sia ben chiaro, di imparare non si finisce mai).

Lo spirito che anima questo libro, almeno per quel che mi riguarda, è proprio quello di poter essere di aiuto e di incoraggiare un’attività che secondo la mia opinione oggi è fondamentale.

Avere una presenza on line qualificata come quella che può dare un blog ben curato rappresenta oggi, per esempio, un vantaggio competitivo nel mercato del lavoro. Tra qualche tempo sarà una condizione di partenza, un elemento essenziale. Il tema di come ci rappresentiamo nel mondo, in un epoca in cui le informazioni e la comunicazione riempiono molti spazi delle nostre giornate, è un aspetto centrale della nostra vita professionale e personale.

Se avrete voglia, tempo e curiosità di leggere il libro io avrò voglia, tempo e curiosità di leggere i vostri commenti. E se a qualcuno di voi venisse invece in mente di confrontarsi con me o di ricevere qualche altro suggerimento o consiglio, basta chiedere! Buona lettura cari dummies 🙂