Leadership training

10 ottobre 2011 Lascia un commento

Leader si nasce o si diventa? Le occasioni per formarsi non mancano; così come gli stili di leadership che si moltiplicano quasi fossero delle specializzazioni delle scuole. Ed esiste anche un Leadership Center (MIT) che negli Stati Uniti, oltre che formare, analizza le modalità più appropriate di guida delle organizzazioni.

In Italia per formare i leader ci sono scuole diverse; un’idea innovativa è sicuramente quella del progetto che ha portato in carcere un gruppo di manager affinché l’esperienza fosse una scuola di motivazione. L’intento finale è quello di ottenere un manager che sia anche leader ed avere effetti benefici sul fatturato (come si legge in questo articolo de IlSole24Ore). Sui risultati si riescono a trovare notizie meno certe. Le caratteristiche di un leader (almeno le principali secondo il mio modo di vedere) le avevo scritte in un post di qualche tempo fa: competenze, fiducia, condivisione. La questione è dove andare a prendere chi ha queste caratteristiche o come fare in modo che siano sviluppate da chi ha ruoli di responsabilità. La formazione è senz’altro utile ma, personalmente, credo che la formazione che maggiormente va curata è quella iniziale, delle prime scuole (formali o meno) che ciascuno di noi frequenta. Una formazione con la quel, nel tempo, ciascuno di noi forma il proprio carattere e, soprattutto, determina i propri valori. Credo che questo sia importante e che non ci sia scuola, da adulti, che possa formare questa base su cui poi insistono tecniche, strumenti, stili. La disciplina, la determinazione, la lealtà, il carisma (solo per citarne alcuni) non si insegnano in nessun seminario e training sulla leadership.

I motivi per i quali è importante fissare dei principi (ciascuno i propri) ancora prima di far carriera sono essenzialmente due. Il primo è che gli stili di leadership, le tecniche di comunicazione, le modalità di relazione, gli schemi organizzativi son tutti elementi che, prima o poi, in un modo o nell’altro, verranno messi in discussione, modificati, alterati, innovati. Il secondo è che ciascuno di noi è leader, in un contesto grande o piccolo, in un momento della propria vita, in una situazione particolare. Ed anche nelle organizzazioni i traguardi si raggiungono meglio se la motivazione è diffusa e non se un gregge di gregari segue acriticamente un capo. Nella presentazione della scuola del MIT (Leadership Center) si legge “the idea that leadership today, even more than in the past, must come from every level of an organization or every part of an organizational network” . A scuola di leadership si comincia ad andare presto e non si smette mai.

 

Pedalare!

25 settembre 2011 Lascia un commento

C’è un rito, una preparazione ad hoc per affrontare certi percorsi. Come per esempio quando si va in bicicletta: bisogna provvedere all’alimentazione, all’abbigliamento, alla preparazione, alla messa a punto della bici, alla programmazione del percorso.  Certo, si può anche prendere la bici e fare un giro ma non è la stessa cosa. Pedalare non è blandamente portare avanti la bicicletta, ma spingere sui pedali con tutta la forza che si riesce ad esprimere.

Ma la cosa più importante se si decide di andare in bicicletta, quella che a me aiuta molto nella preparazione, è un’altra: avere un obiettivo. Non è una cosa da poco perché l’obiettivo che ci diamo (che siano 10, 50 o 100 chilometri, in salita o in pianura) deve essere raggiungibile, magari per un pelo, ma lo si deve poter “toccare”.  Deve essere personale, non lo può indicare qualcun altro. Deve essere pensato per migliorare: ogni volta un passo (una pedalata) più avanti.

Quando poi si sale in sella c’è un altro trucco per affrontare le salite senza arrendersi e le discese senza aver paura. Il trucco è “un pezzo alla volta”. Ci vuole un po’ di allenamento per capire quanta energia il proprio corpo (e la propria mente) consuma per fare una pedalata, quanto sudore ci vuole per far fare un giro completo alla ruota. Riuscire a cogliere questa strana unità di misura, così diversa da un individuo all’altro, è la chiave per raggiungere l’obiettivo e farlo allo stesso tempo senza risparmiarsi e senza rischiare di non raggiungerlo. Ci vuole forza di volontà, un po’ di coraggio e molto allenamento. D’altra parte anche Thomas Edison diceva “”il genio è l’uno per cento di ispirazione e il novantanove per cento di traspirazione”.

Bisogna crederci. Personalmente provo a pedalare tutti i giorni anche se la mia bici spesso rimane in garage; e quando arrivo in cima alla salita spesso la soddisfazione annulla la fatica, e ritrovo l’energia per un altro sprint.

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Strategie di branding

12 settembre 2011 Lascia un commento

In un post di questo blog ho descritto come è avvenuto un colloquio di lavoro in una media azienda di distribuzione commerciale italiana. Con grande sorpresa qualche tempo più tardi mi è arrivata la mail di un avvocato, incaricato dall’azienda citata nel post, con la quale si richiedeva la rimozione dello stesso.

Racconto questo episodio perché se ne possono trarre alcune utili riflessioni in merito alle strategie di branding di un’azienda. La prima è quella legata alla forza che possono avere le attività di social networking basate sul web: quel post era tra i primissimi risultati quando sui motori di ricerca si digitava “lavoro +  nome dell’azienda”. Oggi non è più sufficiente per un marchio che cerca visibilità affidarsi soltanto ai canali classici (spot, advertising, campagne pubblicitarie) perché i rumors della rete parlano con una voce costante e diffusa.  La seconda riflessione: se la prima mossa di fronte ad una minaccia (tutta da dimostrare) del proprio marchio è quella di affidarsi ad un consulente legale, significa che la strategia di un’azienda in questo senso è davvero molto lontana dal successo. Per una serie di motivi. L’efficacia: immaginiamo che i contenuti del mio post fossero stati scritti in un forum da qualcuno con un nickname. Come avrebbero fatto, e con che costi, a convincerlo a rimuovere o modificare i contenuti? Impresa ardua. I costi: un’attività di ricerca, analisi, individuazione e neutralizzazione di contenuti che minacciano il proprio brand a suon di interventi legali può generare spese non prevedibili. L’immagine: un’azienda deve decidere anche che vision intende comunicare nel mercato e lo stile con il quale ‘apparire’ agli occhi dei clienti ed anche di tutti gli altri stakeholders; su questo punto, chiaramente, ciascuno è libero di scegliere l’aggressività, la morbidezza o il dinamismo che vuole (per citare solo alcuni degli stili possibili).

Posizionare un marchio sul mercato è oggi una attività molto più complessa che in passato. Inventare, arrangiarsi, reagire istintivamente non sono pratiche che premiano. Un’attenta programmazione, la conoscenza e l’utilizzo di tutti gli strumenti di comunicazione e, soprattutto, una strategia basata su valori forti possono contribuire in maniera determinante al successo commerciale.

Popolarità, reputazione, fiducia

29 luglio 2011 Lascia un commento

Come si misura il successo? Quello di un blog per esempio. Da cosa si deduce che è frequentato, letto, in qualche modo utilizzato? La prima risposta dice di controllare il numero delle visite. Concordo. Ed è quello che faccio ogni tanto. Non lo nascondo, anche per un po’ di orgoglio personale cerco piccole soddisfazioni nel vedere i grafici delle statistiche con qualche risultato positivo.

Contro qualsiasi volontà promozionale e con un mio certo stupore ho scoperto che questo blog riceve visite con una costanza che non immaginavo. Eppure gli aggiornamenti che riesco a mettere si susseguono con una frequenza non troppo regolare e non così intensa. Quindi ho cercato di capire il motivo e quando l’ho scoperto (o almeno credo di aver trovato la ragione) ho pensato che fosse una scoperta che valesse un altro post.

La mia piccola indagine è andata ad investigare su quale fosse la pagina guardata con maggiore costanza. Ebbene è questa! Un post di qualche tempo fa sui temi del lavoro e della motivazione: qualche tratto di originalità ma niente di eccezionale. Mi chiedevo perché mai ci fossero visite così ‘perseveranti’ in quella pagina. Mi sono chiesto che cosa potesse portare a ricercare il titolo del mio post su Google; ho fatto una prova e tra i primi risultati che si trovano c’è il sito di un’agenzia di comunicazione americana, altre aziende di produzione, una catena di parrucchieri. Niente che si possa confondere con i temi del mio post o del mio blog. L’intuizione mi è venuta quando invece ho provato ad utilizzare la ricerca di immagini sul motore di ricerca: ebbene questa immagine, che sta in fondo a quel post, compare come terzo risultato assoluto se digitate la lettera L nel motore di ricerca. Non è una cosa da poco se ci pensate.

Ho riflettuto sul fatto che grazie alla scelta (azzeccata ma sicuramente  non ‘premeditata’ in questo senso) di un titolo e quindi di un’immagine per un post, mi sono assicurato una base costante di visitatori del mio blog. Con la particolarità che, se il mio ragionamento è corretto, probabilmente non sono affatto interessati alle cose che scrivo. Dunque il successo, anche se piccolo, non è dovuto alla qualità in senso stretto: si può parlare di popolarità in questo caso (anche se piccola) ma non certo di qualità.

Seguendo questo ragionamento aggiungo anche che è difficile costruirsi una reputazione sulla sola popolarità; credo anzi che non sia proprio possibile se con reputazione si intende il percorso attraverso il quale gli altri ci riconoscono una certa gamma di competenze (come ho cercato di spiegare anche qui). Da ultimo: coloro che visitano il mio blog per ‘rubare’ l’immagine della lettera elle non torneranno una seconda volta, non si fidano di poter trovare sul mio blog altro materiale interessante; non ne hanno bisogno e non è possibile instaurare con loro un legame durevole.

Ho scritto quello che è accaduto a questo blog perché penso possa essere un’interessante metafora di quello che avviene anche in altre situazioni. Quanto lavoriamo per la popolarità? Quanto per la reputazione e la fiducia? Ed anche: quanto siamo in grado e siamo disposti a riconoscere e distinguere tra queste tre caratteristiche?

La personale customer satisfaction di ciascuno di noi passa anche attraverso queste non troppo sottili differenze.

Tuffarsi in una decisione

1 luglio 2011 1 commento

Cosa ci spinge a fare una scelta? Cosa ci aiuta a fare quella giusta? Le ricette spesso si sovrappongono ed illustrano cosa e come poter fare per riuscire in queste amletiche circostanze. A mio parere è difficile trovare una formula universalmente valida: perché siamo tutti diversi e quindi ciascuno di noi ha la sua “procedura”, perché è particolarmente arduo riuscire a fare previsioni, perché non esistono scelte giuste o sbagliate prima di averle fatte.

Provo a definire un percorso per scegliere nelle migliori condizioni: quella che propongo non è la ricetta per la scelta migliore, ma per la miglior condizione in cui scegliere. L’ultimo passo, il tuffo, ciascuno di noi deve decidere come e se farlo.

Trovo innanzitutto sensato partire da un concetto tanto banale quanto spesso trascurato: la consapevolezza, cioè l’esatta percezione degli stimoli che arrivano dall’esterno. Una sorta di dato grezzo che poi, grazie alle nostre abilità e competenze, possiamo rielaborare in un secondo momento. Essere davvero e pienamente coscienti di ciò che (ci) accade nell’ambiente circostante non è sempre facile.

Il secondo passo è quello della rielaborazione e della valutazione: un passaggio che spesso gli animali saltano (o imparano soltanto con una serie ripetuta di errori che determinano la conoscenza di un certo fattore); si tratta di non “arrendersi” al primo stimolo esterno ma cercare di capire se abbiamo i mezzi e le possibilità per individuare delle alternative (per esempio i meteoropatici non stanno bene se piove, mentre chi riesce a rielaborare lo stimolo ricevuto dalla pioggia  si attrezza con un adeguato equipaggiamento e non modifica le proprie scelte).

Il terzo ed ultimo step per trovare la condizione migliore per effettuare una scelta è quello dell’immaginazione (o della creatività): non si tratta di indovinare il futuro, ma di fare lo sforzo di cogliere e saper vedere scenari diversi. Per quello che potrà accaderci e ancor prima per noi stessi.

Diceva Eleanor Roosevelt: “nessuno può farvi del male senza il vostro consenso”. Niente paura quindi.

 

Stare bene con l’impresa

Il welfare aziendale è il terreno nel quale possiamo confrontare le aziende più avanzate, almeno dal punto di vista della loro attenzione alle persone che vivono, a volte in tutti i sensi, in azienda. La contrattazione aziendale, che recupera elementi tipici della tutela di alcuni diritti e della erogazione di servizi alla persona, è un segnale di una rinnovata attenzione verso il benessere di chi contribuisce, con il proprio lavoro, al ciclo di vita dell’impresa.

Un antesignano in questo senso è stato sicuramente Adriano Olivettti con la sua idea di un’impresa che fosse un bene non solo per l’imprenditore, ma per l’intera comunità. La sua visione del sistema impresa era allargata all’intera comunità e alla vita di coloro che vi appartenevano. Una politica, quella dell’imprenditore di Ivrea, che anticipò allora alcuni concetti che solo oggi sembrano diventare patrimonio comune (www.storiaolivetti.it)

Quale vantaggio potrebbe trarre un’impresa dall’intervenire in settori come quelli dell’assistenza alla maternità e all’infanzia, dell’assistenza sanitaria (di base),  dell’istruzione professionale, dei servizi culturali? A lungo si è dibattuto se fosse una questione di responsabilità sociale o convenienza, di paternalismo o di visione illuminata. Gli stessi ragionamenti potremmo farli oggi di fronte ad esperienze come quella dell’apertura di un asilo nido aziendale o dell’intervento del mondo imprenditoriale in ambiti formativi. La risposta non risiede però in una definizione che pretende di dare anche un giudizio.

L’esperienza insegna infatti che gli esempi più virtuosi si trovano laddove il gesto dell’imprenditore non è una concessione ma un investimento; esperienze felici sono quelle in cui le istanze dei dipendenti non sono una rivendicazione tout-court ma un progetto che punta a valorizzare l’intera impresa.

L’eccellenza imprenditoriale è anche la capacità di saper cogliere opportunità in questi spazi in cui, almeno in apparenza, il metro non è quello del profitto. Quella di Olivetti è stata una storia esemplare alla quale guardare con attenzione. Una storia alla quale, anche personalmente, devo dire grazie.

We know-how

25 maggio 2011 Lascia un commento

L’onda lunga del paradigma “social” arriva anche in impresa. Le regole che la Weconomy riscrive per la gestione di impresa sono tutte all’insegna della collaborazione, della condivisione, della socializzazione. Sono spunti interessanti quelli che escono da un’analisi di questo tipo fatta dai manager del settore terziario (per avere qualche pillola si può ricercare l’hashtag #weconomyday su Twitter).

Non tutti rappresentano una novità assoluta: alcuni concetti si sono già visti all’interno delle imprese sociali e nel più ampio panorama del no-profit. Anche se la logica in questo caso è stata più quella di chi fa di necessità virtù: la diffusa e permanente scarsità di risorse (o la loro destinazione a fini altri che non quelli di lucro) ha fatto sì che i meccanismi di condivisione potessero fungere come strategia per lo sviluppo di queste organizzazioni.  Perché le imprese for-profit stanno per intraprendere questo cammino?

Una prima spiegazione potrebbe essere legata, appunto, alle risorse: sempre più difficile ottenere capitali ed ancora di più, spesso, raggiungere risultati finanziari ragguardevoli. Un’impresa ha continuo bisogno di fonti di finanziamento per continuare a creare valore; quando queste scarseggiano è necessario trovare fonti alternative (un po’ la stessa cosa che avviene nel campo delle energie). Un esempio in questo senso credo che possa essere rappresentato anche dai workers buy out (con 13 progetti in Italia attualmente attivi)

Un secondo tema è quello dei conflitti: la globalità spinge le imprese a confrontarsi in più mercati (geografici e quindi culturali); in questo senso già l’Impero Romano aveva introdotto la figura strategica  del socius nei territori di conquista. Laddove una guerra (vera o figurata) rappresenta un costo troppo alto per l’ottenimento del beneficio correlato è preferibile creare alleanze, condividere le risorse e, infine, mantenere la governance.

Ultimo, e forse più nobile, il tema del crowdsourcing: un’azienda che riesce a far dialogare tutti i suoi componenti in un contesto collaborativo e non più rigidamente gerarchico, condivide saperi (know-how), conoscenze e tecniche in maniera più fluida. Una strategia che potrebbe risultare l’unica ad essere vincente in futuro.

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