Categoria: relazioni

  • Comunicare cosa?

    Comunicare cosa?

    Ho appena acquistato una guida sull’arte di comunicare ed il public speaking. Una sorta di smart-learning sulle tecniche di comunicazione in pubblico. Ben fatta, tutto sommato non c’è che dire.

    Quel che non mi convince troppo è la trasferibilità di certi concetti. Credo che alcune “arti” non siano mero trasferimento di competenze e conoscenze. Ma che ci sia qualcosa in più, un certo stile, modo; passione potrei osare chiamarla che anima certe persone e non altre. Poi: la comunicazione è un artefizio, quasi un inganno a volte (basti pensare a certe informazioni veicolate come tali ma che altro non sono se non pubblicità).

    Se si è concordi con l’affermare che una comunicazione efficace (?) o di successo (insomma, che raggiunge gli obiettivi per cui la si pratica) è l’incontro tra doti naturali personali (almeno in parte) e una sorta di arte i cui confini non sono volutamente così chiari e definiti (ecco l’inganno), dunque è evidente che non si possa imparare o trasmettere (e non solo tramite una guida scritta ma nemmeno con seminari, docenze, corsi).

    C’è una zona, che secondo me è quella che fa la differenza tra un comunicatore ed un altro, nella quale agisce tutta l’intraprendenza, il coraggio, la paura, il sentimento, il carattere di un comunicatore e che rende quindi la comunicazione unica, inimitabile, originale ogni volta.

    Leggo sulla guida che “ci si persuade meglio, di solito, con le ragioni che si sono trovate da soli, che con quelle che sono state trovate dall’intelligenza di altri” (Pascal). Spero di non aver persuaso nessuno.

  • Bucare il video

    Bucare il video

    Conoscere gli altri attraverso uno schermo è senz’altro uno dei meccanismi più praticati nella società odierna. A pensarci bene, la celebre frase di Andy Warhol “un giorno tutti avranno il proprio quarto d’ora  di celebrità” è ormai forse superata: quel quarto d’ora, almeno nella percezione personale, sta prendendosi più tempo. Anche in campo professionale si muovono i primi passi verso modalità di presentazione delle proprie skills in maniera multimediale. Il video-curriculum è stato un primo tentativo di rendere a video il proprio set di competenze: a mio modo di vedere è fallito soprattutto perché una video presentazione ha bisogno di una professionalità che difficilmente si può reperire (almeno a basso costo): una professionalità delle tecniche che riguardano non solo la strumentazione e l’”arte” del suo utilizzo, ma anche tutto ciò che concerne la vera e propria rappresentazione (dal setting alla possibilità di “bucare il video” del candidato).

    C’è poi da rilevare che quelle che potremmo definire come capacità ricettive di una grande parte di noi sono modificate (e modificano) con una certa velocità: il taglio dello spot da 30 secondi ha inciso più di quanto si possa credere sulle nostre abitudini e modalità di recepire input (in formato immagine direi).

    In questo articolo del Sole 24 Ore si trovano comunque consigli pratici su come e perché realizzare un videocurriculum anche se non mancano le critiche anche da parte di autorevoli addetti ai lavori.

    Molto più in linea con le dinamiche sociali e con le attuali tendenze in questo campo, come peraltro si accenna anche nell’articolo, trovo siano tutte quelle produzioni video che hanno più naturalezza (anche se costruita), più realtà (anche se mediata, il reality insegna!), più spontaneità (perlomeno nell’individuare il focus del filmato). Mi sentirei di suggerire una formula che possa prevedere tre domande e tre risposte sulle proprie abilità, competenze, attitudine o quanto altro possa essere colto al volo dallo “spettatore” (di Youtube si intende). Non rimane che preparare  domande e risposte, mettersi davanti ad una camera e… ciak, si gira!

  • Usare le emozioni per risolvere i conflitti (core concerns)

    Usare le emozioni per risolvere i conflitti (core concerns)

    Le tecniche di negoziazione basate sulla contrapposizione non sono più efficaci: i conflitti moderni vanno risolti isolando i motivi di scontro e trovando insieme una soluzione. parola di Daniel Shapiro, consulente alla Casa Bianca e fondatore di Harvard Negotiation Project (http://www.pon.harvard.edu/)

    Il concetto fondamentale da cui muove questa filosofia è che l’”altro” non esiste o, meglio,  non esiste come contrapposizione alla propria individualità ma soltanto in relazione, non necessariamente “frontale” quindi.

    Secondo il guru statunitense pare quindi sia sufficiente, nel dirimere una questione tra parti contrapposte, tenere sempre presente cinque criteri fondamentali, 5 core concerns:

    1. appreciation; l’apprezzamento dell’altro rinforza la stabilità di un’organizzazione, dalla più semplice alla più complessa;
    2. autonomy: è strategicamente importante fare in modo che ciascuno ritrovi motivazioni e modalità per agire nel proprio interesse e verificare che questo, alla fine, è anche l’interesse dell’intero sistema;
    3. affilation: il senso di appartenenza è fondamentale, va curato e cresciuto con il tempo;
    4. status: il rispetto della propria e dell’altrui soggettività genera un terreno di condivisione sul quale costruire la negoziazione;
    5. role: avere un ruolo, indipendentemente da quale esso sia, stimola emozioni positive

    Condivido il fatto che i core concerns sopra elencati possono essere, non solo modalità di lettura ex-post di situazioni conflittuali (ma anche di fatti e dinamiche organizzative non necessariamente stridenti), ma anche leve emozionali per poter agire in maniera da portare un gruppo, od una organizzazione, a lavorare in maniera più costruttiva. La criticità è che non sempre si riescono a tenere presente ed utilizzare insieme. Se volete, fate una verifica nel vostro contesto.