Francesco Vernelli

comunicazione, web, marketing

3 elementi per essere leader in un gruppo

La cosa più importante a mio parere nella gestione di un gruppo è senz’altro l’empatia. La capacità, cioè, di poter creare un legame con tutti coloro con i quali si ha a che fare.

Nell’era dei links e dei social networks dovrebbe essere tutto più semplice perché ci si abitua ad avere più legami, diversi, di varia intensità. In realtà la connessione che si stabilisce con una relazione virtuale, mediata dalla tecnologia insomma, è ben diversa da quella che si innesta quando il contatto è reale, immediato, face to face. Per alcuni elementi fondamentali a mio parere.

Il primo è l’insieme di competenze ed abilità che devono essere messe in campo: sono decisivi il linguaggio (“potabile” come ebbe a dire un commentatore ad un mio seminario), l’espressione (quella facciale per intendersi) e la capacità di gestire gli spazi. Il secondo elemento è la fiducia: ha bisogno di gesti concreti (dimostrazioni direi) ed anche di restituzioni in termini di controllo (in realtà la fiducia non è quasi mai cieca, ma dipende spesso da quanto in realtà, direttamente o indirettamente, riusciamo a controllare coloro dei quali ci fidiamo). Il terzo elemento è la condivisione dei risultati: un gruppo è un’entità dinamica e come tale si muove delineando un percorso, nel quale un leader efficace deve essere in grado di definire una meta condivisa (altrimenti il rischio è che non ci si renda nemmeno conto del percorso fatto ma soltanto delle energie spese).

Orietta Berti cantava “finché la barca va, tu lasciala andare”, ma per un leader la canzone giusta dovrebbe essere “finché la barca va, continua a remare!

Il capo del personale torna ad occuparsi di persone

Uno studio realizzato da Aidp (Associazione italiana per la direzione del personale) in collaborazione con Cornerstone rileva che chi si occupa di direzione delle risorse umane torna a dover affrontare questioni legate alla dinamica relazionale piuttosto che alle sole questioni tecniche.

Nell’articolo apparso su Il Sole24Ore di qualche giorno fa (sezione Job24) si delinea il profilo professionale di chi si occuperà di risorse umane nel prossimo futuro. Il problem solver sarà la figura di riferimento per chi dovrà gestire ed organizzare le persone di un’azienda. Stile, valori, processi mentali ed emozioni sono i cardini sui quali si misureranno l’empatia, l’apertura e la capacità relazionale di un buon direttore delle risorse umane.

La logica della partnership, un po’ voluta e un po’ subita dalle aziende in tempi di forte competitività e di crisi dei mercati, impone scelte legate ad una filosofia più “fluida” anche nell’acquisizione e nella gestione delle persone all’interno dell’organizzazione. Il capo del personale dovrà promuovere nei prossimi anni il concetto di rete relazionale e quindi aprirsi, influenzare gli interlocutori e mediare.

Pare che anche qui la direttrice sia una maggiore socialità, una dinamica più orientata alla “contaminazione” mediata piuttosto che all’imposizione di uno stile, di una direzione. Sarà necessario pensare più alle persone ed un po’ meno ai numeri, con una sensibilità allo sviluppo organizzativo che sarà la chiave di successo nella gestione “hr”. Basterà cominciare ad allenarsi con i social network?