Categoria: know how

  • Brand new

    Brand new

    Il marchio è immagine, riconoscibilità, valore. In altre parole rende vendibile ciò che marchiamo. Sul valore del brand si fanno studi e ci sono consulenti che ne valutano efficacia e ne indicano la monetizzazione. Nella rincorsa tra i marchi a maggior valore i big player mondiali si sfidano per la scalata della classifica (nei mesi scorsi era Google che superava Walmart andando al primo posto; di questi giorni la notizia che Apple lo sopravanza).

    Il marchio è una questione che riguarda anche i singoli? Probabilmente, considerato che ci sono ormai da qualche tempo specialisti che si occupano di quello che si chiama personal brandinganche in Italia dove, per esempio, c’è chi ne parla in maniera abbastanza approfondita (i blog Valoriprimilab e Marketing personale per esempio; oppure le recenti pubblicazioni de IlSole24Ore; ed infine un portale interamente dedicato al tema).

    Ma come si costruisce un marchio personale? Su cosa si fonda e come può esserci utile?  Il cardine è senz’altro la propria reputazione. Che ha un processo di costruzione che va dall’ascolto, dalle azioni e dalla coerenza per arrivare al riconoscimento, alla fiducia, al consenso. In altre parole è  necessario essere capaci di ascoltare gli altri e il contesto che ci circonda, agire coerentemente con quanto abbiamo avuto modo di osservare ed infine raggiungere l’obiettivo di essere ri-conosciuti: come competenti per esempio, per apparire (ed essere) affidabili agli occhi dei nostri “clienti” che diffonderanno poi la nostra reputazione.

    Così, forse, potremo creare il gradimento necessario a rendere vendibile il prodotto a cui teniamo maggiormente: noi stessi.

  • Due al prezzo di uno

    Due al prezzo di uno

    La dualità è una caratteristica di tutte le persone e si manifesta in molti aspetti della nostra vita (personale e professionale). Non si tratta di una patologia, perlomeno nella maggior parte dei casi, ma soltanto della naturale modalità con la quale siamo “progettati”. Per esempio: per determinare la posizione di  un oggetto nello spazio i nostri occhi incrociano i riferimenti dei rispettivi punti di vista; l’immagine del nostro viso non è perfettamente simmetrica (per accorgersene basta ribaltare simmetricamente una nostro foto lungo l’asse verticale); se comprassimo delle scarpe su misura ci accorgeremmo che i nostri piedi non sono perfettamente dello stesso numero.

    Chiaramente agli esempi fisici ne potrebbero essere aggiunti anche molti altri che si riferiscono alla personalità, al carattere e al nostro sistema di relazioni. Come leggere questa diversità intrinseca in ciascuno di noi in chiave professionale? In qualche maniera la si riscontra anche nell’ambito delle nostre competenze e la si può per esempio rubricare come un modo doppio di intendere il know-how personale (know-how professionale e manageriale).

    Ci sono, a mio modo di vedere, due aspetti interessanti. Il primo riguarda chi si trova a dover raccontare le proprie debolezze o le proprie contraddizioni (o, meglio, qualche incongruenza nel proprio percorso formativo od esperienziale): si può verificare se, a volte, una scelta che non è perfettamente negli stessi binari delle altre effettuate in passato, non possa essere legata ad un naturale modo di esprimere, diversamente, le nostre capacità. Non si tratterebbe quindi di incoerenza ma di una ulteriore dimostrazione di come possiamo essere versatili (a patto di saperlo anche raccontare bene).

    Un secondo aspetto riguarda invece chi si occupa di gestione di gruppi di lavoro, team, equipe e simili. La dualità gioca un ruolo importante nelle dinamiche del gruppo e anche nelle possibilità che si hanno di farlo lavorare al meglio: miscelando nel giusto modo le “doppie caratteristiche” di ciascun componente, abbinando modalità empatiche a metodi e tecniche razionali si possono ottenere risultati piacevolmente inaspettati. Si tratta però di lavorare fuori dagli schemi: chi conduce (il leader) deve avere la capacità di pensare alle persone come doppiamente capaci di dare un contributo.

    A pensarci bene ciascuno di noi può offrire una soluzione. Ed anche un’alternativa.

  • Lo strappo

    Lo strappo

    Definire questi tempi diventa spesso difficile: si parla di cambiamento, transizione, crisi, opportunità e via dicendo; con molta precauzione su previsione a medio e lungo termine. Come quando corri, le previsioni su quanto sarà lunga la corsa dipendono da quanto vai veloce. E la nostra è una società (mondo produttivo compreso) che ha sempre accelerato.

    Ho fatto in altre occasioni un esempio. Ho come l’impressione che l’epoca che stiamo vivendo, anche da un punto di vista di orizzonti professionali, assomigli parecchio ad un foglio strappato. Come se si strappasse un foglio di carta in due parti. Che cosa accade lungo lo strappo? Osservando da vicino si potrà notare che la lacerazione non sarà perfetta, lineare, netta; avvicinandosi molto, anche con lo sguardo ad occhio nudo,  si potrà notare che ci sono dei pezzetti di carta, magari minuscoli, rimasti attaccati solo da una parte. Hanno un legame debole ma non sono stati abbastanza fortunati (o forti) da rimanere attaccati all’altra. Magari avevano tutte le possibilità di restare più saldamente ancorati su un lato piuttosto che sull’altro. Invece la sorte (o se l’avessero, una loro recondita volontà) li ha lasciati così, quasi appesi.

    Ecco, io credo che questo periodo sia contraddistinto da molti soggetti (professionalità) ancorati debolmente ad una parte (la storia, il passato, un modo di intendere la vita ed il lavoro che sta cambiando) ma non abbastanza ‘robusti’ da poter agganciare l’altra parte (il presente ed il futuro, una versione ed una visione non ancora completamente manifestati).

    Se dovessimo disegnare su un foglio strappato in due metà, il segno diventerebbe più incerto nel momento del passaggio lungo lo strappo: il tratto si spezzerebbe, il disegno nel complesso sarebbe meno completo (anche se, chi crede nel destino potrebbe dire che il disegno è già completo e si tratta soltanto di ricongiungere i tratti).

    In qualunque modo la si voglia interpretare, questa modesta metafora riesce, secondo me, a trasmettere chiaramente una visione abbastanza precisa del tempo che stiamo vivendo (e penso anche che lungo lo strappo ci siano capitate un paio di generazioni in particolare). La speranza che possiamo nutrire è che lo strappo possa essere fonte di un rinnovato spirito di collaborazione (tra generazioni, tra classi lavorative, tra professionisti ed imprese) e che, un po’ come le rughe sul viso degli anziani, possiamo essere in grado di interpretare questo come un segno di una importante esperienza.

  • Il valore di quel che sappiamo fare

    Il valore di quel che sappiamo fare

    Una delle mie migliori amiche quando eravamo al liceo faceva la barista. In una giornata faceva un numero infinito di piccoli aggiustamenti ai caffè che preparava, tenendo conto di tutto: dalla freschezza dei chicchi alla temperatura, all’effetto della pressione sulla quantità di vapore, e intanto manovrava la macchina con la destrezza di una piovra e scherzava con i clienti su qualsiasi argomento. Poi andò al college e trovò il suo primo “vero” lavoro: doveva inserire dati seguendo una procedura precisa. Pensava con nostalgia ai tempi in cui faceva la barista, quando il suo lavoro richiedeva veramente che usasse l’intelligenza. Forse l’esaltazione del pensiero analitico e la svalutazione degli aspetti di origine animale e corporea della vita sono due cose che faremmo bene a lasciarci alle spalle. Forse, finalmente, all’inizio dell’era dell’intelligenza artiiciale, stiamo cominciando a ritrovare il nostro centro, dopo aver vissuto per alcune generazioni leggermente spostati verso la logica e l’emisfero sinistro.”

    Questo brano è estratto da un articolo di Brian Christian su Internazionale (n.888 del 11/16 marzo 2011; l’intero articolo fa parte del libro dell’autore dal titolo The most human human). Benchè il brano fosse parte di un articolo sulle intelligenze artificiali e su come i robot possano o meno sostituirsi agli umani, trovo interessante come questi studi mettano in risalto anche altri aspetti della nostra vita. Per esempio quello lavorativo e professionale che in queste pagine spesso viene affrontato sotto molteplici punti di vista.

    Spesso accade che alcune abilità (o competenze) vengano sottoposte a gerarchie (mutevoli) magari solo per assecondare, giustificare o spiegare alcuni andamenti del mercato. Questo premia (o punisce) alcune attività a dispetto di altre ma non le abilità con le quali vengono realizzate. Per spiegarmi meglio faccio un esempio: il mercato oggi non premia sicuramente una professione come quella del calzolaio, eppure l’abilità manuale con la quale questa attività si realizza non è da buttare e potrebbe essere sicuramente messa al servizio di qualche altra professione maggiormente redditizia. Quanto il mondo fuori decide di pagare una professione non ha nulla a che fare con il valore delle nostre abilità.

    Un secondo aspetto importante riguarda desiderio e piacere di mettere in campo le nostre capacità: questi due elementi sono alla base della nostra motivazione e del nostro successo. Per fare un esempio: durante un laboratorio formativo raccontavo che nello sviluppare la mia capacità di equilibrio, da piccolo, sono riuscito ad un certo punto ad andare in bicicletta senza sostegni mentre non sono mai riuscito ad andare sui pattini. La capacità di rimanere in equilibrio su delle ruote è praticamanete la stessa, ma il mio desiderio di andare in bicicletta era enormemente più grande e più forte di quello di andare sui pattini.

    Ciascuno di noi ha un grande potenziale da sviluppare: si tratta solo di decidere di dargli la giusta motivazione e non aspettare che siano gli altri a fornire un pretesto (magari economico).

    Emisfero destro ed emisfero sinistro

  • 5 e 3…

    5 e 3…

    Cinque aggettivi che ci raccontano e 3 motivi che sono convincenti per farci scegliere. Un gioco, una sfida, una prova per capire se unendo creatività e sintesi si può realizzare una presentazione che possa essere convincente. Faccio un tentativo. 1, siamo frizzanti: nel senso che non aspettiamo le opportunità, non stiamo fermi e siamo sempre pronti ad esplodere le nostre energie e le nostre competenze. 2, siamo simpatici: una verifica da fare ogni tanto è quella di chiedersi quante persone possono dire una cosa buona (o di converso, una cattiva) su di noi, su quante abbiamo utilizzato bene al nostra empatia? 3, siamo colorati: possiamo vestire diversi abiti che danno forma e colore alle nostre competenze e le rendono adattabili a contesti, culture ed ambienti diversi (il nostro modo di entrare in sintonia con l’ambiente). 4, siamo informali: facciamo precedere la sostanza all’apparenza, la nostra capacità di risolvere questioni complesse nasce dal nostro stile amichevole di affrontarle. 5, siamo vicini: il valore aggiunto che possiamo apportare è legato anche alla nostra capacità di collaborare, di farci sentire sempre presenti.

    Quello che possiamo offrire per farci scegliere sono competenze (1) diversificate (2) che possono farci muovere e stare comodi ovunque (3).

    Che cosa possiamo dire di uguale o di diverso di noi stessi o della nostra organizzazione? Basta provare e fare la somma dei nostri 5+3. E vedere se possono funzionare come uno spot

    Le slides per questo post le potete trovare qui