Francesco Vernelli

comunicazione, web, marketing

Scrivere per dummies

Questa settimana esce per Hoepli Editore un mio nuovo libro dedicato “alle cose del web” come dice qualcuno che mi conosce ma non sa bene di che cosa mi occupo. Il titolo del libro è “Blog di successo for dummies” e fa parte di un genere, “for dummies”, dedicato a chi di un tema non è affatto competente. La traduzione del termine “dummies” (plurale di dummy) forse non è tanto simpatica, ma soprattutto nella prassi editoriale non ha più una connotazione negativa.

Essere un autore “for dummies” mi entusiasma. Non solo perché finalmente mi trovo in un terreno in cui sono a mio agio, come mi ha detto qualcuno (che fa la stessa cosa). A me in particolare piace molto l’idea di poter scrivere (e di aver scritto) qualcosa che possa essere utile a chi di quel tema sa poco o nulla. Ho lavorato per anni e lavoro tuttora in un settore, quello dell’orientamento professionale, in cui uno dei principi fondamentali è “fare in modo che ti ascolta impari qualcosa” (dire maièutica mi sembrava troppo). Sono a contatto solitamente con i giovani che vivono proprio l’età dell’apprendimento (inteso in senso lato perché, sia ben chiaro, di imparare non si finisce mai).

Lo spirito che anima questo libro, almeno per quel che mi riguarda, è proprio quello di poter essere di aiuto e di incoraggiare un’attività che secondo la mia opinione oggi è fondamentale.

Avere una presenza on line qualificata come quella che può dare un blog ben curato rappresenta oggi, per esempio, un vantaggio competitivo nel mercato del lavoro. Tra qualche tempo sarà una condizione di partenza, un elemento essenziale. Il tema di come ci rappresentiamo nel mondo, in un epoca in cui le informazioni e la comunicazione riempiono molti spazi delle nostre giornate, è un aspetto centrale della nostra vita professionale e personale.

Se avrete voglia, tempo e curiosità di leggere il libro io avrò voglia, tempo e curiosità di leggere i vostri commenti. E se a qualcuno di voi venisse invece in mente di confrontarsi con me o di ricevere qualche altro suggerimento o consiglio, basta chiedere! Buona lettura cari dummies 🙂

 

Calma ed entusiasmo

Torno a scrivere sul blog quando ci sono cose che mi sembrano possano essere condivise con qualche interesse (reciproco). Nonostante le intenzioni questo avviene con una frequenza minore rispetto a quello che mi piacerebbe. Me ne faccio una ragione, in virtù del fatto che, di converso, sto lavorando a molte cose che mi entusiasmano. Una fra queste è un altro libro edito da Hoepli che si occuperà proprio di blog (ecco, così l’ho scritto anche qui).

Voglio condividere questa riflessione: la calma e l’entusiasmo possono essere due facce della stessa medaglia? Mi spiego meglio. I social media che ormai frequentiamo con assiduità e sempre maggior costanza pullulano di “news”: da lì arrivano un sacco di novità strabilianti soprattutto da sedicenti pionieri dei più svariati argomenti. Quello che noto è una specie di agitazione e ansia da prestazione generalizzata:  deve esserci in corso una sorta di gara a chi porta per primo l’ultima novità. Ho idea insomma che il mondo digitale sia sottoposto ad accelerazioni improvvise (che non sempre fanno bene).

Per farmi meglio capire con qualche esempio: non abbiamo nemmeno fatto in tempo a capire tutti che cosa fosse il personal branding che è già maleducazione dirlo; stavamo ancora lì a vedere di fare storytelling quando invece dovevamo già essere pronti per la content curation; l’inbound marketing era qui un attimo fa, ma tra poco non lo vedi più nemmeno dietro l’angolo. Perdonate la grossolanità del tutto. So benissimo che dietro a questi termini, in realtà, ci possono essere (e ci sono) tematiche importanti. Non è quello su cui discuto.

Semmai vorrei essere critico sul modo e la velocità con cui vengono date in pasto al pubblico (di settore e non solo). Non è che qualche volta lo si deve fare per apparire nuovi piuttosto che per portare un contenuto originale? Credo, ma potrei sbagliarmi, che ci sia un generale, innaturale e ingiustificato entusiasmo per delle piccole, banali e trascurabili cose. Pur interessandomi di questi temi e cercando di stare al passo coi tempi, quello che non riesco a sposare (in senso figurato) è l’eruzione continua ed incessante con cui ogni giorno nascono novità (che se poi vai a vedere bene molte non sono nemmeno così nuove).

A me piacerebbe che il tutto fosse condito con una puntina di calma zen, ma proprio un pizzico. Sballottarci da una parte all’altra, peggio ancora se alla ricerca di continue conferme, non ci fa bene. Calmiamoci. Calma ed entusiasmo possono essere due facce della stessa medaglia che si chiama equilibrio. Oooooṃm!

Come suonare la chitarra

Non so se tra di voi che leggete c’è qualcuno che ha imparato a suonare la chitarra. Il sottoscritto l’ha sempre inserita tra le attività da mettere in cantiere alla voce “hobby e passioni” dopo averla tenuta per tempo nella sezione “crucci di cose che non hai fatto quando eri più giovane”. Ad ogni modo sempre nella sfera delle cose immaginarie, mai finita in quelle reali. Conosco chi suona la chitarra e tendenzialmente sono persone che lo fanno piuttosto bene (nessun artista famoso, comunque). Suonare la chitarra mi sembra una cosa molto bella e al tempo stesso abbastanza facile da imparare: povero ingenuo (che sono).

Sto lavorando ad un progetto editoriale (devo scrivere) e per farlo mi capitano sottomano diverse cose interessanti (devo leggere!): una di queste riguarda proprio la chitarra e il percorso da intraprendere per arrivare a suonarla in maniera decente (diciamo suonare un qualcosa che assomigli ad una canzone piuttosto che ad uno strimpellio fastidioso).Ho letto che il percorso per suonare la chitarra più o meno si articola così: la prima volta con una certa goffaggine si cerca di appoggiare le dita in maniera innaturale lungo la tastiera, poi si cerca di coordinare l’altra mano che deve far scorrere il plettro lungo le corde, poi bisogna imparare a spostare in maniera coordinata le dita sulla tastiera da una corda ad un altra ed infine fare il tutto insieme seguendo un ritmo, degli accordi, una melodia. Qual è il problema? Il fatto è che io ne ho visti di alcuni principianti (a cui vanno rispetto ed ammirazione) e l’inizio è davvero mortificante: si fa fatica a fare quelle mosse e non si ottiene nulla, neanche un suono decente.

Se impariamo a suonare la chitarra, finché non arriviamo all’ultima fase (quella in cui riusciamo a coordinare entrambe le mani lungo le corde) il nostro impegno e i nostri sforzi non sono ripagati quasi per nulla da risultati soddisfacenti. Insomma i primi passi per suonare la chitarra sono davvero a prova di resistenza. Chi arriva alla fine sperimenta una dote che secondo me è molto importante: la perseveranza. Ecco, chi suona la chitarra ed ha imparato seguendo il percorso che ho descritto sicuramente ci ha messo una buona dose di perseveranza. E non sono poi così in molti ad averla (perlomeno in questa arte): sempre stando a quanto ho letto, fatti 100 i neofiti delle strumento, solo 6 arrivano al risultato di riuscire a suonare una canzone (nella maggior parte dei casi, in Italia, è la “Canzone del sole”).

Ho capito allora che quello che mi serve per imparare a suonare la chitarra non è tanto un’attrazione per la musica o lo strumento ma un po’ di allenamento in termini di perseveranza. Una dote che in realtà mi riconosco (i più cattivi descrivono la mia come vera e propria cocciutaggine) ma che probabilmente non ho mai messo tra il novero delle skill per raggiungere questo obiettivo. Ho capito anche un’altra cosa: certe arti (anche se non lo sono teoricamente) ci fanno vedere la parte bella ed attraente, nascondendo il percorso duro e pieno di sacrifici che serve per arrivarci., Anche la vita, professionale e non, è un po’ come suonare la chitarra: per farci sentire qualche bell’accordo e provare soddisfazione, ci fa passare per strimpellate e delusioni. Ma il trucco è semplice, basta perseverare.

Perché lo fai?

Vi è mai capitato di realizzare un’impresa? Non intendo l'”attività economica organizzata ai fini della produzione o dello scambio di beni o di servizi” (anche se poi ci sarà un motivo per cui si chiama così). Quello che intendo è una attività che vi ha richiesto risorse ed energie oltre i vostri limiti, che vi ha spinto ad andare oltre la routine, che vi restituito orgoglio, fierezza e coraggio. Se vi è capitato e converrete con me che si prova una sensazione bellissima. Ma quello che mi chiedo è: perché lo facciamo?

Non so darne una spiegazione scientifica (medica, psicologica) anche se so perfettamente che c’è anche qualcosa che ha a che fare con la chimica del nostro corpo e con la disposizione del nostro cervello, della nostra parte emotiva. Ma quel che posso dire è raccontare i miei perché, le mie motivazioni, le mie sensazioni. E sarà anche l’ultima volta che parlo della maratona, lo giuro 🙂

Per rispondere alla domanda “perché lo fai?” devo partire dall’inizio, dall’obiettivo. Se c’è una cosa che rende entusiasmante un’impresa fin dall’inizio è la scelta dell’obiettivo: troppo lontano per essere a portata di mano, ma abbastanza vicino, raggiungibile da farti pensare ogni giorno che ce la puoi fare. Con un po’ di esercizio, allenamento, pratica quello che fino a ieri non credevi fosse possibile diventa invece a portata di mano. La seconda grande motivazione è proprio l’esercizio, il miglioramento continuo, la soddisfazione continua di toccare con mano che le cose in cui ti applichi poi ti vengono sempre un po’ meglio: capita sempre, dalla scuola allo sport, che questo processo oltre a migliorare le nostre competenze ci migliora anche un po’ come persone. Quel che mi capita è che le energie impiegate nell’esercizio si trasformano sempre in un qualche risultato. Ed è lì che arriva quella che per me è la terza risposta alla domanda “perché lo fai?”.

Ma che gusto è raggiungere un obiettivo? Che gioia, mi verrebbe da dire, rappresenta il traguardo? Credo che sia uno di quei momenti di felicità vera che nessuno dovrebbe negarsi. La soddisfazione, quell’emozione che accompagna il raggiungimento di una meta, è il più energetico dei carburanti che possiamo utilizzare. Quando la scorsa domenica, alla mia prima maratona, sono arrivato al 37esimo chilometro (a 5 km e poco più dalla fine) avevo fame. Non era bisogno di cibo, avevo fame di soddisfazione, la volevo a tutti i costi, non vedevo l’ora di raggiungerla. E sapevo che mi aspettava lì, al traguardo, all’obiettivo per il quale mi ero esercitato. Così, anziché rallentare conservando le energie ho spinto più forte, ho allungato il passo per quel che potevo estraendo a forza le ultime energie che avevo in corpo. Sono arrivato stanchissimo ma felice, strafelice, felice da piangere.

Perché lo fai? Perché realizzare un’impresa è emozionante!

Multiple People Injured After Explosions Near Finish Line at Boston Marathon

 

Fuori da qui

Questa settimana a Milano era tempo di moda ma anche di social media week, una serie di convegni, conferenze e seminari dedicati ai social media di cui quella di Milano è solo una tappa di un percorso internazionale. Io ci sono andato, anche se la mia settimana è durata soltanto un giorno, mercoledì. Proficuo a dir la verità, perché al limite della resistenza mia e di Trenitalia son riuscito a fare giornata completa. dalla mattina alla sera. Ma non è a questo che ho deciso di dedicare un post del mio blog.

Il motivo sta tutto nel titolo: fuori da qui. Sono piuttosto convinto che uscire, in senso lato, faccia bene. E che farlo ogni tanto non solo contribuisce ad aggiornare le nostre competenze e la nostra formazione, ma aiuta anche a mantenere una generale “freschezza” mentale. C’è qualcosa in più che mi spinge (ci spinge?) a spostarmi in un contesto diverso dal solito, a cambiare aria ed anche riferimenti. Una sorta di voglia di vedere e assaggiare qualcosa di diverso. Credo che oggi avere questo stimolo, questa indole sia fondamentale. Thinking outside the box: per farlo, sinceramente, penso che qualche volta sia necessario portare tutto il corpo fuori dalla scatola. Mi chiedo se anche i social media non siano uno strumento che può aiutarci a cambiare i nostri riferimenti, che può darci la possibilità di “uscire” dai paletti che inevitabilmente troviamo nella routine. La risposta non credo di averla ma penso che forse talvolta sia importante dedicare tempo della nostra vita a contatti reali, fisici, materiali.

Quello che so è che la mia “gita” alla social media week mi ha offerto  un sacco di spunti, occasioni e motivi di confronto. Ne avevo bisogno! Così come avevo bisogno di spostarmi in una città diversa (che bella poi Milano!), mangiare accanto a persone che non conoscevo, sedermi vicino a chi non avevo mai visto, parlare con chi non sapevo chi fosse ma che aveva il mio stesso interesse. Ascoltare le possibili evoluzioni del modo di fare informazione, confrontarsi sul futuro del marketing, apprendere tecniche e strategie per fare una presentazione vincente ed infine dissertare su cosa sia davvero oggi disruptive non sono cose che avrei potuto fare rimanendo a casa o al solito lavoro. Dovevo, per forza, andare fuori da qui.

fuori da qui