Categoria: risorse umane

  • 3 “L”

    3 “L”

    I recenti dati sulla disoccupazione giovanile non sono allarmanti per il solo fatto che descrivono una situazione grave, ancor più se si pensa che di fronte a questa situazione i tentativi di dare un’oasi Lavoro (come nell’articolo del Sole24Ore ) sono praticamente nulli. Contesti come questo rischiano di essere un danno maggiore per il futuro piuttosto che per il presente: a tamponare adesso, come molti hanno scritto ed analizzato, sono le famiglie. Ma è impensabile sperare che la situazione si risolva da sola e l’immobilismo determinato dal poco coraggio o dalla mancanza di trovare accordi coerenti è il viatico di una lenta agonia della forza lavoro italiana. Ma i giovani non sono solo quelli italiani: ce ne sono molti stranieri, extracomunitari e i dati che li riguardano parlano di una crescita di oltre 150mila unità (anche se una buona parte è frutto, secondo i sindacati, dell’effetto emersione legato alla sanatoria; dati ISTAT ). Chiaramente la ‘qualità’ del lavoro mediamente è molto più bassa tra la popolazione immigrata ed, anzi, è spesso quella maggiormente soggetta ad infortuni ed incidenti. Si dibatte spesso sulla differente “disponibilità” che hanno molti di questi lavoratori verso condizioni peggiori sia di carattere economico che di ambiente più generale.

    Cercando però un punto in comune, vedo, in chi cerca lavoro senza trovarlo e in chi lo accetta a qualsiasi condizione, una certa tensione nella ricerca di una propria Libertà. Che può significare autonomia, possibilità di crearsi una propria vita indipendente dal proprio passato più vicino. Penso che sia difficile dirsi e sentirsi veramente liberi se si è nell’impossibilità di scegliere, nell’incapacità di poter provvedere a se stessi.

    Le “L” del titolo erano però tre. La terza è quella di “Lakas” che, in filippino, significa forza. Ed è ora di mettercene insieme al coraggio di fare delle scelte. Forza!

  • Bucare il video

    Bucare il video

    Conoscere gli altri attraverso uno schermo è senz’altro uno dei meccanismi più praticati nella società odierna. A pensarci bene, la celebre frase di Andy Warhol “un giorno tutti avranno il proprio quarto d’ora  di celebrità” è ormai forse superata: quel quarto d’ora, almeno nella percezione personale, sta prendendosi più tempo. Anche in campo professionale si muovono i primi passi verso modalità di presentazione delle proprie skills in maniera multimediale. Il video-curriculum è stato un primo tentativo di rendere a video il proprio set di competenze: a mio modo di vedere è fallito soprattutto perché una video presentazione ha bisogno di una professionalità che difficilmente si può reperire (almeno a basso costo): una professionalità delle tecniche che riguardano non solo la strumentazione e l’”arte” del suo utilizzo, ma anche tutto ciò che concerne la vera e propria rappresentazione (dal setting alla possibilità di “bucare il video” del candidato).

    C’è poi da rilevare che quelle che potremmo definire come capacità ricettive di una grande parte di noi sono modificate (e modificano) con una certa velocità: il taglio dello spot da 30 secondi ha inciso più di quanto si possa credere sulle nostre abitudini e modalità di recepire input (in formato immagine direi).

    In questo articolo del Sole 24 Ore si trovano comunque consigli pratici su come e perché realizzare un videocurriculum anche se non mancano le critiche anche da parte di autorevoli addetti ai lavori.

    Molto più in linea con le dinamiche sociali e con le attuali tendenze in questo campo, come peraltro si accenna anche nell’articolo, trovo siano tutte quelle produzioni video che hanno più naturalezza (anche se costruita), più realtà (anche se mediata, il reality insegna!), più spontaneità (perlomeno nell’individuare il focus del filmato). Mi sentirei di suggerire una formula che possa prevedere tre domande e tre risposte sulle proprie abilità, competenze, attitudine o quanto altro possa essere colto al volo dallo “spettatore” (di Youtube si intende). Non rimane che preparare  domande e risposte, mettersi davanti ad una camera e… ciak, si gira!

  • Professioni titolate

    Professioni titolate

    Mi ricordo che una volta (o ancora oggi?) il titolo di “dottore”, ancor prima di essere una qualifica in senso tecnico (propria di chi aveva completato con successo gli studi accademici) lo era in senso sociale, relazionale, gerarchico se andiamo abbastanza indietro negli anni.

    Il “dott”, e la “dott.ssa” naturalmente, era colui (o colei) che, al di là delle competenze sviluppate o meno, aveva già in quel suffisso tutto il potere di agire con maggior rispetto e, quel che più importante, senza tema di smentita (almeno pubblica o palese). Il progresso e la diffusione dell’università ad una popolazione più vasta  hanno poi svalutato il titolo accademico, ancor più oggi con intrecciati e differenziatissimi titoli universitari.

    Nel numero 854 del 15 luglio 2010 di Internazionale c’è un articolo interessante sulla la pratica di titolare a profusione all’interno delle aziende di tutto il mondo, in particolare in quelle grandi. Sembra quasi che la pratica tutta italiana del “dott” abbia assunto un aspetto diverso per adattarsi all’eterogeneo mondo produttivo.

    Che sia la crisi ancora incombente che permette di elargire con maggior generosità titoli professionali piuttosto che premi in denaro? Che sia il desiderio di distinguersi per poter far valere, magari anche solo a se stessi, il proprio potere? Che sia una risposta, almeno formale, al continuo proliferare di nuovi ambiti produttivi? Qualunque sia la causa, pare proprio che l’idea nominare qualcuno, ad esempio, “capofacilitatore” non sia spiritosa ma inerente chissà quale organigramma aziendale. Il vizio è lo stesso che si ritrova negli annunci di lavoro nei quali, a dir la verità, qualche volta vien da chiedersi se la figura ricercata non sia frutto di un brainstorming un po’ troppo allegro anziché di una ponderata definizione professionale.

    Otre al fastidioso risultato di creare confusione nel mercato e false aspettative nella futura classe di lavoratori (ad ogni livello), le “professioni titolate” rischiano, stando a quanto dice l’articolo dell’Economist ripreso dalla rivista italiana, di annebbiare il mercato del lavoro rendendo inutili i semplici dipendenti.

    L’impressione è che alla domanda “chi fa cosa?” la risposta sia mancata nella sostanza ma non nella formalità in cui la fantasia e la generosità di termini hanno provveduto oltre misura. Nella mia organizzazione abbiamo scelto invece un percorso diverso: stiamo cercando di definire, in maniera condivisa con i diretti interessati, alcuni profili professionali. Lo sforzo sarà anche quello di capire in che misura, con quale risorse e con che stile possano essere delineate anche nuove funzioni per gli stessi profili, purché insistano sulle competenze già acquisite. Il metodo in questo senso è quello di guardare alla sostanza delle attività piuttosto che all’apparenza dei nomi che il mercato restituisce ogni volta che c’è una qualche novità. Mi sembra più sensato un percorso che preveda la nascita di nuovi profili professionali laddove ce ne siano ragionevoli e fondate motivazioni di carattere economico e produttivo.

    Ogni professionista (in senso letterale) possiede, oltre che una faccia a cui affibbiare un titolo, anche una testa, un cuore, un cervello e tante altre parti con cui sviluppa molte competenze, capacità, strumenti. Sarebbe bene non fermarsi al volto. Anche perché, come diceva il principe Antonio De Curtis, “ognuno ha la faccia che ha, ma qualche volta si esagera!”

  • Il capo del personale torna ad occuparsi di persone

    Il capo del personale torna ad occuparsi di persone

    Uno studio realizzato da Aidp (Associazione italiana per la direzione del personale) in collaborazione con Cornerstone rileva che chi si occupa di direzione delle risorse umane torna a dover affrontare questioni legate alla dinamica relazionale piuttosto che alle sole questioni tecniche.

    Nell’articolo apparso su Il Sole24Ore di qualche giorno fa (sezione Job24) si delinea il profilo professionale di chi si occuperà di risorse umane nel prossimo futuro. Il problem solver sarà la figura di riferimento per chi dovrà gestire ed organizzare le persone di un’azienda. Stile, valori, processi mentali ed emozioni sono i cardini sui quali si misureranno l’empatia, l’apertura e la capacità relazionale di un buon direttore delle risorse umane.

    La logica della partnership, un po’ voluta e un po’ subita dalle aziende in tempi di forte competitività e di crisi dei mercati, impone scelte legate ad una filosofia più “fluida” anche nell’acquisizione e nella gestione delle persone all’interno dell’organizzazione. Il capo del personale dovrà promuovere nei prossimi anni il concetto di rete relazionale e quindi aprirsi, influenzare gli interlocutori e mediare.

    Pare che anche qui la direttrice sia una maggiore socialità, una dinamica più orientata alla “contaminazione” mediata piuttosto che all’imposizione di uno stile, di una direzione. Sarà necessario pensare più alle persone ed un po’ meno ai numeri, con una sensibilità allo sviluppo organizzativo che sarà la chiave di successo nella gestione “hr”. Basterà cominciare ad allenarsi con i social network?