Francesco Vernelli

comunicazione, web, marketing

5 e 3…

Cinque aggettivi che ci raccontano e 3 motivi che sono convincenti per farci scegliere. Un gioco, una sfida, una prova per capire se unendo creatività e sintesi si può realizzare una presentazione che possa essere convincente. Faccio un tentativo. 1, siamo frizzanti: nel senso che non aspettiamo le opportunità, non stiamo fermi e siamo sempre pronti ad esplodere le nostre energie e le nostre competenze. 2, siamo simpatici: una verifica da fare ogni tanto è quella di chiedersi quante persone possono dire una cosa buona (o di converso, una cattiva) su di noi, su quante abbiamo utilizzato bene al nostra empatia? 3, siamo colorati: possiamo vestire diversi abiti che danno forma e colore alle nostre competenze e le rendono adattabili a contesti, culture ed ambienti diversi (il nostro modo di entrare in sintonia con l’ambiente). 4, siamo informali: facciamo precedere la sostanza all’apparenza, la nostra capacità di risolvere questioni complesse nasce dal nostro stile amichevole di affrontarle. 5, siamo vicini: il valore aggiunto che possiamo apportare è legato anche alla nostra capacità di collaborare, di farci sentire sempre presenti.

Quello che possiamo offrire per farci scegliere sono competenze (1) diversificate (2) che possono farci muovere e stare comodi ovunque (3).

Che cosa possiamo dire di uguale o di diverso di noi stessi o della nostra organizzazione? Basta provare e fare la somma dei nostri 5+3. E vedere se possono funzionare come uno spot

Le slides per questo post le potete trovare qui

La bellezza della creatività

La fine dell’anno porta sotto i miei occhi una bella lettura che prendo anche come un buon presagio per l’anno prossimo. In uno scritto di Francesca Rigotti dal titolo “La creatività tra filo del pensiero e parto mentale”  (su “Animazione Sociale n. 247”) c’è un percorso di ricerca per scovare l’immaginazione al lavoro.

Partendo dalla mitologia classica, per arrivare a cose ben più quotidiane, la creatività rimbalza tra due metafore: quella del labirinto inestricabile dal quale si esce soltanto con una sorta di arguzia e quella del parto di una nuova “creatura” (idea), una sorta di “colpo di genio”.  Entrambi i percorsi passano attraverso tortuosi meccanismi, difficoltà impreviste, vincoli all’apparenza insuperabili.

Non è un viaggio ‘purificatore’ e nemmeno sacrificale, al termine del quale si ottiene il risultato; un percorso influenzato da una serie di maestri del bello e del buono che si trovano, prima di tutto, nelle cose di tutti i giorni. Quanto più quello che ci circonda rifugge dalla futilità e racchiude la qualità (intesa come caratteristica che riunisce in sé la bellezza estetica e la sostanza materiale), tanto più il percorso che riusciamo ad intraprendere avrà possibilità di condurci fuori dal labirinto, farci partorire un concetto originale, nuovo, autentico.

Una sorta di gestazione,  che come ho sempre sostenuto è di per sé già un grande atto di “attesa amorevole”, porta con sé il mistero ed il peso (gravidanze vien da grave) della creatività.

È strano a dirsi ma auguro a tutti noi un anno venturo grave, pesante, e pieno di creatività: che possa infine farci dire…”partoriamo nuove idee!”.

il labirinto della creatività

Comunicare cosa?

Ho appena acquistato una guida sull’arte di comunicare ed il public speaking. Una sorta di smart-learning sulle tecniche di comunicazione in pubblico. Ben fatta, tutto sommato non c’è che dire.

Quel che non mi convince troppo è la trasferibilità di certi concetti. Credo che alcune “arti” non siano mero trasferimento di competenze e conoscenze. Ma che ci sia qualcosa in più, un certo stile, modo; passione potrei osare chiamarla che anima certe persone e non altre. Poi: la comunicazione è un artefizio, quasi un inganno a volte (basti pensare a certe informazioni veicolate come tali ma che altro non sono se non pubblicità).

Se si è concordi con l’affermare che una comunicazione efficace (?) o di successo (insomma, che raggiunge gli obiettivi per cui la si pratica) è l’incontro tra doti naturali personali (almeno in parte) e una sorta di arte i cui confini non sono volutamente così chiari e definiti (ecco l’inganno), dunque è evidente che non si possa imparare o trasmettere (e non solo tramite una guida scritta ma nemmeno con seminari, docenze, corsi).

C’è una zona, che secondo me è quella che fa la differenza tra un comunicatore ed un altro, nella quale agisce tutta l’intraprendenza, il coraggio, la paura, il sentimento, il carattere di un comunicatore e che rende quindi la comunicazione unica, inimitabile, originale ogni volta.

Leggo sulla guida che “ci si persuade meglio, di solito, con le ragioni che si sono trovate da soli, che con quelle che sono state trovate dall’intelligenza di altri” (Pascal). Spero di non aver persuaso nessuno.

L’impresa di un’idea

Cosa vuol dire fare impresa? Compiere un’impresa? Detto così vien subito da pensare ai mirabolanti viaggi di Ulisse e a tutte le imprese, appunto, epiche connesse. Richiama virtù, astuzia, coraggio, intraprendenza. Interessante che alcuni, se non tutti, questi termini sono, con una certa facilità, assimilabili anche a chi, di mestiere (?), fa l’imprenditore.

Il nostro ordinamento giuridico ha raccolto in parte questa caratterizzazione “sentimentale ed emotiva” dell’imprenditore; dalla lettura combinata dell’articolo 2247 (“con il contratto di società due o più persone conferiscono beni o servizi per l’esercizio in comune di un’attività economica allo scopo di dividerne gli utili”) e del 2082 (“è imprenditore chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi”) del codice civile si evince che, per fare tutto questo, una certa dose di confidenza con la complessità l’imprenditore deve averla. E la complessità sta proprio in quell’attività economica al centro di entrambe le disposizioni: ad essere essenziali, e forse un po’ semplici, questo potrebbe significare, banalmente, fare in modo che che i ricavi superino i costi. Ma credo che non sia solo una questione di prendere le misure e dosare bene gli ingredienti: come quando si cucina, per fare un piatto mangiabile basta seguire la ricetta; per farne uno speciale (vendibile direi) bisogna avere stile ed una certa dose di creatività.

Chiunque si pone l’obiettivo di presentare i rudimenti per fare impresa parte sempre dal concetto che alla base ci deve essere un’idea; con delle caratteristiche ben precise: innovativa, possibile e che possa rispondere a certi bisogni del mercato. E sulla prima questione, l’originalità, ci si ferma spesso perché, pare, nel mondo di oggi è già stato inventato tutto e per la creatività non c’è più spazio. A dirci che non è proprio così, o quantomeno che ci sono strade diverse e praticabili, lo dicono alcuni giovani che hanno partecipato alla competizione di Junior Achievement con idee di business che nulla hanno da invidiare a quelle dei grandi. La competizione, oltre al valore educativo, insegna che creatività non è solo avere delle idee strabilianti e mai viste: per chi cucina un’impresa, e non solo, la creatività è un mix di fantasia e concretezza da saper usare con le giuste dosi. E, parafrasando il topolino del cartone Ratatouille, “tutti possono cucinare!”.