Lo devo scrivere oggi e non più tardi di oggi (anche per evitare di ricredermi domani): mi piace il lunedì! Anche se è il primo giorno della settimana e tutto sembra insormontabile, anche se è il giorno che segna la fine della festa e del relax, anche se è il giorno che ti ricorda i doveri e ti obbliga a dimenticare i piaceri. Al contrario del Vasco nazionale (“Odio i lunedì“), a me piace il lunedì. Il lunedì è il giorno in cui mi pare di avere tutto il tempo che voglio davanti. Lunedì è il giorno del futuro: hai tutta la settimana davanti per mettere in cantiere i tuoi progetti. Lunedì è tutto da iniziare, niente che hai lasciato indietro, niente che non puoi riprogrammare. Lunedì è l’inizio senza poter dire che sei finito: ho sempre la sensazione in questa giornata di avere delle chance in più, mi sembra quasi di poter gestire tempo ed energie. O almeno questo è il modo in cui mi piace affrontare l’inizio della settimana ed ogni lunedì, metaforico o reale che sia. Da dove viene questo “strano” entusiasmo? In realtà è solo questione di punti di vista, di sensazioni, di approccio. Mi spiego meglio con un esempio. Non sono un grande sciatore, anzi probabilmente qualcuno non mi definirebbe nemmeno come tale. Ho imparato a sciare (da intendersi come mera capacità di scendere le piste senza danni) solo poco tempo fa ed una cosa che bisogna imparare da subito è come affrontare le discese. La pendenza, solitamente fa paura, quantomeno mette sul “chi va là”. Sci ai piedi e pista lì sotto quello che viene da fare è tirarsi indietro, anzi buttarsi all’indietro. L’effetto che questa manovra (busto indietro, gambe avanti) provoca è quello di cadere. La mossa controintuitiva che è necessario imparare a fare è quella di portare il busto avanti: c’è la pendenza? Buttati! Ecco, il lunedì andrebbe affrontato come una discesa sugli sci: buttarsi. senza paura. La settimana è lì pronta per farci divertire: ed è tutta discesa! 
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Mi piace il lunedì
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Migliore
Cosa fa di un professionista il migliore del suo campo? Di un giocatore il migliore della sua squadra? Di un alunno il più bravo della classe? Di un leader un esempio per gli altri? Di un vincente un campione? Le ricette in merito si sprecano. C’è chi punta al carisma, dote innata e prerogativa solo di alcuni; c’è chi indica la preparazione, l’esercizio, l’allenamento come un percorso inevitabile per arrivare al successo.
A mio modo di vedere per essere il migliore bisogna innanzitutto capire: migliore di chi? di cosa? Limitare il campo, agganciare dei punti di riferimento, determinare un contesto nel quale decidiamo che vogliamo crescere. Ecco, perché si tratta di questo. Migliori si diventa attraverso un processo di crescita, continua, nell’ambiente in cui ci troviamo. L’ambiente è importante perché se più o meno tutti possiamo definirci “leader del settore“, a determinare se siamo i “migliori” sono gli altri: clienti, compagni di squadra o di scuola, colleghi e partner professionali, avversari (nei casi di fairplay), Insomma essere i migliori è anche una questione di fiducia e di reputazione.
La crescita ed il miglioramento continuo sono principi solitamente collegati, a torto o ragione, ad una dimensione spirituale, religiosa, metafisica. Ma, credo, non si debba cadere nell’errore di pensare che è una questione che ciascuno risolve con se stesso e basta. La spinta e la forza interiore che dobbiamo curare affinché possiamo essere migliori (a volte “i migliori”) ha bisogno di confrontarsi anche con aspetti e versanti molto concreti della nostra vita.
Faccio un esempio, molto poco spirituale; ma che a me ricorda parecchio questo processo di costruzione del miglioramento. Fino a qualche anno fa seguivo con un certo interesse le gare di Formula1 (come si vede siamo su di un livello di spiritualità vicino allo zero). All’epoca correva con la “rossa di Maranello” un pilota tedesco, Michael Schumacher. Una volta disse una cosa, a mio parere, molto interessante durante un’intervista. Mi colpì una parola in particolare: “push!” (“spingi!”). Disse che se la ripeteva ogni qualvolta si trovava da solo al comando di una gara. Affermava che, anche quando si poteva “rilassare” e gestire un comodo vantaggio, cercava sempre di migliorare il tempo, l’impostazione della curva, la prestazione. Correndo a volte dei rischi pur di migliorare. Una filosofia o, più semplicemente uno stile di vita, per migliorare sé stessi. Credo che a ciascuno di noi possa far bene qualche volta, soprattutto quando crediamo che non sia necessario, ripetersi: push!






