Categoria: comunicazione

  • 5 consigli per fare le presentazioni

    5 consigli per fare le presentazioni

    Nell’era digitale la frase “fare le presentazioni” si arricchisce di un significato: se nella lingua comune significa presentarsi l’un l’altro, oggi vuol dire soprattutto preparare delle slide. Per cui chi fa le presentazioni non è l’ospite di una serata ma qualcuno che deve tenere uno speech, una conferenza, un seminario, un corso. E se per fare le presentazioni alla vecchia maniera servivano gentilezza e diplomazia, per quelle al pc che cosa serve?

    Con un po’ di esperienza nel settore (tutto learning by doing) provo a mettere a fuoco quelli che secondo me sono aspetti fondamentali. Fare le presentazioni è innanzitutto un lavoro di strategia più che di distribuzione dei contenuti: bisogna fare attenzione a quel che si dice, a come lo si dice e alle reazioni che si vogliono suscitare (ricordo, stupore, memoria, meraviglia…). Ecco 5 consigli utili:

    Utilizzare un software con cui si ha dimestichezza: per realizzare presentazioni efficaci imparate ad utilizzare un software con il quale potete muovervi bene. Non importa che sia all’ultima moda o che abbia effetti sconvolgenti: a vincere saranno sempre i contenuti e se questi sono orginali ed efficaci il prodotto finale può tranquillamente essere un PDF (anzi, spesso è il formato migliore per essere il più possibile condivisibili e utilizzabili su piattaforme oin line e sistemi di proiezione)

    Le parole sono importanti, ma le immagini creano entusiasmo: trovate le parole giuste, siate sintetici, fate in modo che le frasi che utilizzate (mai piùdi tre o quattro per slide) siano studiate per avere l’effetto “on” sul cervello di chi vi ascolta. Utilizzare metafore semplici e legate alla vita quotidiana è un buon modo di catturare l’attenzione. Scegliete con cura le immagini: siate maniacali e, soprattutto originali nella scelta e nella combinazione con le parole (no, le prime immagini di Google non vanno bene). Nel mio ultimo libro ci sono suggerimenti importanti anche per questo

    Tempo al tempo: quanto durerà la vostra presentazione? Calibrate il numero di slide nel tempo che vi è stato assegnato. Se ne farete troppo poche sembrerà che non avete argomenti o che siete poco preparati; se ne fate troppe darete l’impressione di aver saltato argomenti importanti. Una volta realizzate le slide provate a presentarle a qualcuno (specialmente le prime volte) e cronometratevi. Se vi piace parlare state stretti con il numero delle slide, se siete ansiosi aggiungetene qualcuna.

    Curare l’audience: sembra una cosa banale ma ricordatevi che non state parlando a voi stessi. Sono ancora troppi gli speaker e relatori che si parlano addosso, che si compiacciono di quel che dicono, che non ascoltano il pubblico e il suo umore. Finite le slide pensate ad una presentazione che vi ha annoiato o che avete trovato poco efficace: se la vostra gli assomiglia troppo cambiate qualcosa (errori più frequenti: troppa roba scritta, immagini scadenti come clipart, nessun riferimento pratico o personale).

    Seguire un percorso (bella storia): le cose che ascoltiamo più volentieri sono le storie (le favole insegnano). Create attraverso le slide una trama  e seguendo un vecchio consiglio utilizzate il copione che dice di: dire quello che direte, dirlo, dire quello che avete detto. In altre parole: anticipate un indice dei contenuti che esporrete, esponete i contenuti, fate un riassunto finale.

    Dopo questi consigli se qualcuno volesse vedere qualche esempio pratico questo è il mio profilo su slideshare in cui ho raccolto le mie principali presentazioni (e se ci fate caso quelle più vecchie sono molto diverse da quelle più recenti). Se fate una presentazione dopo questi consigli, segnalatemela! Spero di poter assistere: sarà un piacere ascoltarvi!

     

  • Scrivere per dummies

    Scrivere per dummies

    Questa settimana esce per Hoepli Editore un mio nuovo libro dedicato “alle cose del web” come dice qualcuno che mi conosce ma non sa bene di che cosa mi occupo. Il titolo del libro è “Blog di successo for dummies” e fa parte di un genere, “for dummies”, dedicato a chi di un tema non è affatto competente. La traduzione del termine “dummies” (plurale di dummy) forse non è tanto simpatica, ma soprattutto nella prassi editoriale non ha più una connotazione negativa.

    Essere un autore “for dummies” mi entusiasma. Non solo perché finalmente mi trovo in un terreno in cui sono a mio agio, come mi ha detto qualcuno (che fa la stessa cosa). A me in particolare piace molto l’idea di poter scrivere (e di aver scritto) qualcosa che possa essere utile a chi di quel tema sa poco o nulla. Ho lavorato per anni e lavoro tuttora in un settore, quello dell’orientamento professionale, in cui uno dei principi fondamentali è “fare in modo che ti ascolta impari qualcosa” (dire maièutica mi sembrava troppo). Sono a contatto solitamente con i giovani che vivono proprio l’età dell’apprendimento (inteso in senso lato perché, sia ben chiaro, di imparare non si finisce mai).

    Lo spirito che anima questo libro, almeno per quel che mi riguarda, è proprio quello di poter essere di aiuto e di incoraggiare un’attività che secondo la mia opinione oggi è fondamentale.

    Avere una presenza on line qualificata come quella che può dare un blog ben curato rappresenta oggi, per esempio, un vantaggio competitivo nel mercato del lavoro. Tra qualche tempo sarà una condizione di partenza, un elemento essenziale. Il tema di come ci rappresentiamo nel mondo, in un epoca in cui le informazioni e la comunicazione riempiono molti spazi delle nostre giornate, è un aspetto centrale della nostra vita professionale e personale.

    Se avrete voglia, tempo e curiosità di leggere il libro io avrò voglia, tempo e curiosità di leggere i vostri commenti. E se a qualcuno di voi venisse invece in mente di confrontarsi con me o di ricevere qualche altro suggerimento o consiglio, basta chiedere! Buona lettura cari dummies 🙂

     

  • No more guru

    No more guru

    Volevo iniziare questo post con quelle frasi tipo “viviamo tempi in cui…” oppure con quelle domande retoriche come “chi vi può aiutare a…”. Poi mi sono fermato perché la cosa, oltre che essere abusata, era poco coerente con quello che voglio esprimere. Il mio pensiero è questo: è tempo di smettere di cercare un guru che ci “illumini” per ogni cosa che dobbiamo fare.

    Permetto che la mia impressione, lo ammetto, è fortemente condizionata da quel che vedo scorrere nelle timeline dei social network che utilizzo. Però, mi capita sempre più spesso di vedere l’esaltazione di personaggi e “pensieri guida” che dovrebbero essere considerati profeti del nostro tempo. Spesso quelli che dovrebbero o potrebbero essere pensieri, idee, considerazioni personali vengono assunti come regole, comandamenti, verità assolute.

    Non c’è niente di male nel condividere un pensiero che coincide con la nostra visione del mondo, le nostre sensazioni, il nostro stesse sentire. Tutto sta nel vedere se quel pensiero è davvero nostro e lo abbiamo riconosciuto nelle parole di qualcun altro, oppure ci ha catturato perché è stato esposto bene (e magari anche perché su certi temi noi un’opinione proprio non ce l’avevamo e abbiamo sposato quella più convincente). Faccio un esempio che reputo abbastanza vicino a quello che intendo. Anche io apprezzo Gramellini su La Stampa, ma non credo che la sua rubrica “Buongiorno” rappresenti la verità ogni giorno. Ho la sensazione che invece le sue parole, per quanto sempre ben articolate e fondate, siano considerate con un trasporto eccessivo (per usare un eufemismo). E, attenzione, quel che intendo nulla ha a che vedere con la bontà o meno di quanto esposto.

    Mi verrebbe di chiamarla “sindrome da guru“: un insaziabile bisogno di avere certezze, di trovare un ancora a cui aggrapparsi, un faro illuminante. Un desiderio che nel nostro tempo è esaltato e trova uno scenario adatto nei social media e nelle altre piattaforme di condivisione. Ho l’impressione che la continua ricerca di un punto di riferimento possa trasformarci da assetati di conoscenza (se mai lo siamo stati) a babbei utili per l’esaltazione di qualsivoglia causa.

    Credo invece che non sempre abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica che cosa fare. Ho idea che potrebbe essere arrivato il momento di conquistare un po’ più di autonomia di pensiero, giusto o sbagliato che sia. Proviamo a smettere di rivolgerci a chi ci spiega come fare. Facciamolo e basta. Facciamo come abbiamo imparato. E se non abbiamo imparato abbastanza, torniamo a studiare. Ma, vi prego, no more guru.

     

  • Calma ed entusiasmo

    Calma ed entusiasmo

    Torno a scrivere sul blog quando ci sono cose che mi sembrano possano essere condivise con qualche interesse (reciproco). Nonostante le intenzioni questo avviene con una frequenza minore rispetto a quello che mi piacerebbe. Me ne faccio una ragione, in virtù del fatto che, di converso, sto lavorando a molte cose che mi entusiasmano. Una fra queste è un altro libro edito da Hoepli che si occuperà proprio di blog (ecco, così l’ho scritto anche qui).

    Voglio condividere questa riflessione: la calma e l’entusiasmo possono essere due facce della stessa medaglia? Mi spiego meglio. I social media che ormai frequentiamo con assiduità e sempre maggior costanza pullulano di “news”: da lì arrivano un sacco di novità strabilianti soprattutto da sedicenti pionieri dei più svariati argomenti. Quello che noto è una specie di agitazione e ansia da prestazione generalizzata:  deve esserci in corso una sorta di gara a chi porta per primo l’ultima novità. Ho idea insomma che il mondo digitale sia sottoposto ad accelerazioni improvvise (che non sempre fanno bene).

    Per farmi meglio capire con qualche esempio: non abbiamo nemmeno fatto in tempo a capire tutti che cosa fosse il personal branding che è già maleducazione dirlo; stavamo ancora lì a vedere di fare storytelling quando invece dovevamo già essere pronti per la content curation; l’inbound marketing era qui un attimo fa, ma tra poco non lo vedi più nemmeno dietro l’angolo. Perdonate la grossolanità del tutto. So benissimo che dietro a questi termini, in realtà, ci possono essere (e ci sono) tematiche importanti. Non è quello su cui discuto.

    Semmai vorrei essere critico sul modo e la velocità con cui vengono date in pasto al pubblico (di settore e non solo). Non è che qualche volta lo si deve fare per apparire nuovi piuttosto che per portare un contenuto originale? Credo, ma potrei sbagliarmi, che ci sia un generale, innaturale e ingiustificato entusiasmo per delle piccole, banali e trascurabili cose. Pur interessandomi di questi temi e cercando di stare al passo coi tempi, quello che non riesco a sposare (in senso figurato) è l’eruzione continua ed incessante con cui ogni giorno nascono novità (che se poi vai a vedere bene molte non sono nemmeno così nuove).

    A me piacerebbe che il tutto fosse condito con una puntina di calma zen, ma proprio un pizzico. Sballottarci da una parte all’altra, peggio ancora se alla ricerca di continue conferme, non ci fa bene. Calmiamoci. Calma ed entusiasmo possono essere due facce della stessa medaglia che si chiama equilibrio. Oooooṃm!

  • Saldi: tra social media, ecommerce e retail tradizionale

    Saldi: tra social media, ecommerce e retail tradizionale

    Questo post è sostanzialmente il racconto di quel che mi è successo, visto con gli occhi di chi guarda con curiosità e qualche competenza a quel che avviene nelle relazioni con i clienti nell’era dei social media. In altre parole, se fosse un film, a questo punto dovrebbe passare la scritta “basato su una storia vera”. Anche se non si tratta di un film, vediamo se riesco a scrivere una sceneggiatura credibile.

    Dunque, tempo di saldi e l’arrembante consumatore approfitta per un piccolo rinnovo dell’armadio (del suo contenuto per la precisione): parte il giro di alcuni negozi di abbigliamento fidati in cui va in cerca di capi e marchi più o meno conosciuti. In una di queste boutique l’occhio (e il cuore) cade su un giaccone per il quale la favella del commesso ha speso parole sensate, convincenti, corrette. Ma, ahimè, non c’è la misura del modello di interesse.

    Il giro prosegue ma quel giaccone torna nei pensieri dell’acquirente ormai in preda a una passione irrinunciabile. Il tizio, abituato a spendere buona parte del suo denaro attraverso l’e-commerce tenta la via del web. Ma, sorpresa, l’oggetto dei suoi desideri e delle sue ricerche non si trova facilmente e quando viene fuori qualcosa non è mai a prezzo di saldo. Al che, sempre con la faccia davanti al PC, tenta un’altra strada. Sito del produttore, ricerca dei retailers di zona (sì il sito, estero, ha lo shop online ma è già concentrato sulla primavera / estate). La pagina web indica una serie di negozi in tutta Italia (manca a dire il vero però quello in cui l’ho trovato “live”). L’indomito consumatore (e consumista, diciamolo!) sceglie qualche località sparsa in cui può arrivare con propri mezzi e senza sforzi (cioè posti in cui non dovrebbe andare appositamente): Verona, Milano, Rimini, Fano, Falconara Marittima, Macerata, Civitanova Marche.

    Chiaramente l’idea non è quella di fare il giro d’Italia. Ma nemmeno quella di fare delle telefonate. In soccorso ci sono i social media! E qui scatta la parte più investigativa della faccenda. Di 7 negozi, tutti sono presenti su Facebook, 6 hanno anche il sito web (che però non è stato analizzato se non per cercare una forma di contatto). Le pagine riportano correttamente orario di apertura e servizio di messaggistica; una di queste pagine ha l’indicazione che dice “risponde solitamente in pochi minuti”.

    L’internauta modaiolo decide a questo punto di contattarli con lo stesso messaggio che richiede la disponibilità del capo di abbigliamento in questione. Il contatto avviene laddove possibile sia attraverso Facebook che attraverso il sito web (una pagina però non ha inserito l’indicazione del sito). Ecco che cosa ne è venuto fuori. Le pagine non sono tutte aggiornate di recente: una ha l’ultimo update pochi giorni prima (siamo ai primi di gennaio, il 9 per la precisione), due hanno l’ultimo post datato dicembre 2015 , una ottobre 2015, una settembre 2015, una a marzo 2014 (sono quasi due anni!) e l’ultima (in tutti i sensi) a novembre 2013!

    Senza perdersi d’animo e convinto che troverà soddisfazione il social-media-consumer riceve risposta in tempi diversi. Da tre negozi la risposta deve ancora arrivare (verrà rubricata come “MAI”); uno risponde il giorno seguente, di mattina presto, ma attraverso il form del sito (la pagina FB evidentemente non la segue); altri due rispondono in 3 ore il più lento e in 1 ora il più veloce. Il record però è del negozio che dopo 7 minuti è già in chat con una risposta.

    Volendo fare un’analisi anche qualitativa delle risposte, i feedback, a parte quelli per mancanza o indisponibilità del capo cercato sono stati da una parte la richiesta a telefonare perché “Facebook lo guardo solo da casa” e dall’altra invece l’apertura di un dialogo simile a quello che si avrebbe con una commessa o un commesso gentili di un negozio: che taglia le occorre, abbiamo questi colori, lo possiamo tenere da parte, le faccio sapere quando siamo aperti, ecc. ecc. Non so se lo avete intuito, ma questo tipo di risposta è arrivata dallo stesso negozio che ha risposto dopo 7 minuti.

    Breve conclusione (opinabile e non oggettiva). A vendere, nel senso di conquistare il consumatore, è stato il negozio in cui il capo è stato visto, indossato, provato e anche presentato bene: ergo, a mio modo di vedere, il retail fisico in questo campo ha ancora tutto il suo valore. Avere e gestire bene una pagina Facebook (o altro social media) è un lavoro per il quale servono competenze specifiche ma anche la conoscenza del mestiere (la social media manager del più efficiente era anche l’addetta vendita del negozio fisico). Farsi trovare pronti non è solo questione di prontezza della risposta (in termini di ore e minuti) ma anche di savoir faire e dimestichezza nell’uso delle parole. Ultimo: a vincere, nelle dinamiche del web commerce (posso chiamarlo così) non è più solo il prezzo. Anche se in saldo il prodotto in questione è di nicchia e sicuramente non si vende a chi cerca solo di risparmiare; in questi casi conta molto di più tutto il processo di aggancio del cliente e, poi, anche di post vendita (ma di questo magari parleremo un’altra volta). Utilizzate, se volete, i commenti per dire la vostra.

    PS: mi va di dire che il negozio “vincitore” (che ha risposto bene e in fretta) è Sansovino Shop di Fano: il giaccone lo ha pure venduto alla fine anche se il link al suo sito dalla pagina FB non funziona 🙂