Francesco Vernelli

comunicazione, web, marketing

L’impresa di un’idea

Cosa vuol dire fare impresa? Compiere un’impresa? Detto così vien subito da pensare ai mirabolanti viaggi di Ulisse e a tutte le imprese, appunto, epiche connesse. Richiama virtù, astuzia, coraggio, intraprendenza. Interessante che alcuni, se non tutti, questi termini sono, con una certa facilità, assimilabili anche a chi, di mestiere (?), fa l’imprenditore.

Il nostro ordinamento giuridico ha raccolto in parte questa caratterizzazione “sentimentale ed emotiva” dell’imprenditore; dalla lettura combinata dell’articolo 2247 (“con il contratto di società due o più persone conferiscono beni o servizi per l’esercizio in comune di un’attività economica allo scopo di dividerne gli utili”) e del 2082 (“è imprenditore chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi”) del codice civile si evince che, per fare tutto questo, una certa dose di confidenza con la complessità l’imprenditore deve averla. E la complessità sta proprio in quell’attività economica al centro di entrambe le disposizioni: ad essere essenziali, e forse un po’ semplici, questo potrebbe significare, banalmente, fare in modo che che i ricavi superino i costi. Ma credo che non sia solo una questione di prendere le misure e dosare bene gli ingredienti: come quando si cucina, per fare un piatto mangiabile basta seguire la ricetta; per farne uno speciale (vendibile direi) bisogna avere stile ed una certa dose di creatività.

Chiunque si pone l’obiettivo di presentare i rudimenti per fare impresa parte sempre dal concetto che alla base ci deve essere un’idea; con delle caratteristiche ben precise: innovativa, possibile e che possa rispondere a certi bisogni del mercato. E sulla prima questione, l’originalità, ci si ferma spesso perché, pare, nel mondo di oggi è già stato inventato tutto e per la creatività non c’è più spazio. A dirci che non è proprio così, o quantomeno che ci sono strade diverse e praticabili, lo dicono alcuni giovani che hanno partecipato alla competizione di Junior Achievement con idee di business che nulla hanno da invidiare a quelle dei grandi. La competizione, oltre al valore educativo, insegna che creatività non è solo avere delle idee strabilianti e mai viste: per chi cucina un’impresa, e non solo, la creatività è un mix di fantasia e concretezza da saper usare con le giuste dosi. E, parafrasando il topolino del cartone Ratatouille, “tutti possono cucinare!”.

Bucare il video

Conoscere gli altri attraverso uno schermo è senz’altro uno dei meccanismi più praticati nella società odierna. A pensarci bene, la celebre frase di Andy Warhol “un giorno tutti avranno il proprio quarto d’ora  di celebrità” è ormai forse superata: quel quarto d’ora, almeno nella percezione personale, sta prendendosi più tempo. Anche in campo professionale si muovono i primi passi verso modalità di presentazione delle proprie skills in maniera multimediale. Il video-curriculum è stato un primo tentativo di rendere a video il proprio set di competenze: a mio modo di vedere è fallito soprattutto perché una video presentazione ha bisogno di una professionalità che difficilmente si può reperire (almeno a basso costo): una professionalità delle tecniche che riguardano non solo la strumentazione e l’”arte” del suo utilizzo, ma anche tutto ciò che concerne la vera e propria rappresentazione (dal setting alla possibilità di “bucare il video” del candidato).

C’è poi da rilevare che quelle che potremmo definire come capacità ricettive di una grande parte di noi sono modificate (e modificano) con una certa velocità: il taglio dello spot da 30 secondi ha inciso più di quanto si possa credere sulle nostre abitudini e modalità di recepire input (in formato immagine direi).

In questo articolo del Sole 24 Ore si trovano comunque consigli pratici su come e perché realizzare un videocurriculum anche se non mancano le critiche anche da parte di autorevoli addetti ai lavori.

Molto più in linea con le dinamiche sociali e con le attuali tendenze in questo campo, come peraltro si accenna anche nell’articolo, trovo siano tutte quelle produzioni video che hanno più naturalezza (anche se costruita), più realtà (anche se mediata, il reality insegna!), più spontaneità (perlomeno nell’individuare il focus del filmato). Mi sentirei di suggerire una formula che possa prevedere tre domande e tre risposte sulle proprie abilità, competenze, attitudine o quanto altro possa essere colto al volo dallo “spettatore” (di Youtube si intende). Non rimane che preparare  domande e risposte, mettersi davanti ad una camera e… ciak, si gira!

Il capo del personale torna ad occuparsi di persone

Uno studio realizzato da Aidp (Associazione italiana per la direzione del personale) in collaborazione con Cornerstone rileva che chi si occupa di direzione delle risorse umane torna a dover affrontare questioni legate alla dinamica relazionale piuttosto che alle sole questioni tecniche.

Nell’articolo apparso su Il Sole24Ore di qualche giorno fa (sezione Job24) si delinea il profilo professionale di chi si occuperà di risorse umane nel prossimo futuro. Il problem solver sarà la figura di riferimento per chi dovrà gestire ed organizzare le persone di un’azienda. Stile, valori, processi mentali ed emozioni sono i cardini sui quali si misureranno l’empatia, l’apertura e la capacità relazionale di un buon direttore delle risorse umane.

La logica della partnership, un po’ voluta e un po’ subita dalle aziende in tempi di forte competitività e di crisi dei mercati, impone scelte legate ad una filosofia più “fluida” anche nell’acquisizione e nella gestione delle persone all’interno dell’organizzazione. Il capo del personale dovrà promuovere nei prossimi anni il concetto di rete relazionale e quindi aprirsi, influenzare gli interlocutori e mediare.

Pare che anche qui la direttrice sia una maggiore socialità, una dinamica più orientata alla “contaminazione” mediata piuttosto che all’imposizione di uno stile, di una direzione. Sarà necessario pensare più alle persone ed un po’ meno ai numeri, con una sensibilità allo sviluppo organizzativo che sarà la chiave di successo nella gestione “hr”. Basterà cominciare ad allenarsi con i social network?

Un diario professionale

La mia idea è di utilizzare lo strumento del blog per creare una sorta di pagina personale-professionale in cui inserire e rendere facilmente raggiungibili tutti i “contenuti” della mia vita professionale.

Chiaramente lo scopo finale è quello di presentarsi nel mondo del lavoro in una maniera diversa anche se non del tutto orginale.

Credo fortemente che nel periodo in cui stiamo vivendo uno sforzo importante sia quello di cercare di essere social: non significa soltanto utilizzare strumenti preimpostati di networking come ce ne sono sul web, ma anche, e soprattutto credo, costruire una rete aperta, quasi osmotica con il nostro percorso individuale.

Non so se questo blog avrà questo arduo compito, e soprattutto se andrà in quella direzione, ma quello che troverete qui dentro ha a che fare, senz’altro, con la mia professionalità.

Proverò in queste pagine a scrivere il mio contributo su questioni che professionalmente mi troverò ad affrontare con la speranza che possano essere di spunto anche per qualcun altro.

In questi giorni c’è una frase che mi ronza in testa: “o cambi, o ti cambiano”. Personalmente, ho sempre cercato di essere autonomo, anche nel cambiamento.