Tag: social

  • Budget

    Budget

    Stabilire un obiettivo, pianificare, mettere in campo le azioni per raggiungerlo, controllare di averlo raggiunto: tutto quanto fa budget (nella sua accezione più completa). Nelle imprese è una guida (a volte rigida), nella vita quotidiana delle singole persone è comunemente considerata una buona prassi (non così diffusa forse). Chiaramente la programmazione economica di un’organizzazione è un passo essenziale per una corretta gestione e, ancor di più, per pianificare e controllare la crescita. Forse non è tutto o forse non è più così essenziale per un’adeguata “armonia” nel contesto in cui si opera: un solo punto di riferimento (il budget) non è sufficiente per raggiungere gli obiettivi e ancor meno se il timone è in mano solo a pochi che non condividono e non rielaborano, con metodologia social, le complessità delle scelte. Nel libro di Neils Pflaeging, Leadership e obiettivi flessibili. Beyond budgeting: come rivoluzionare il sistema delle performance (http://bit.ly/h7npPF), la tesi è proprio quella di una nuova concezione della gestione aziendale basata non più su di una concezione gerarchica ma su percorsi di miglioramento delle persone e dle contesto (ambiente) in cui si muovono. Chiaramente la ricetta, se così la si può chiamare, non è direttamente applicabile a tutte le realtà: servono periodi e modalità di adattamento ad una nuova concezione della struttura organizzativa e ad i suoi comportamenti. Rimane l’utilità di provare, fin da subito, ad immaginare un diverso stile di leadership; l’efficacia risiederebbe anche nella possibilità di misurare le proprie performance su periodi temporali che, ad oggi, risultano molto brevi rispetto al passato. L’estrema flessibilità dei mercati impone spesso decisioni che possano portare al raggiungimento di obiettivi anche semestrali: la condivisione e la motivazione all’interno del gruppo di lavoro potrebbe essere le armi vincenti. Come dire, la capacità di innovare passa anche attraverso le persone; magari sarà un social budgeting a guidare le imprese del futuro.

     

  • 3 “L”

    3 “L”

    I recenti dati sulla disoccupazione giovanile non sono allarmanti per il solo fatto che descrivono una situazione grave, ancor più se si pensa che di fronte a questa situazione i tentativi di dare un’oasi Lavoro (come nell’articolo del Sole24Ore ) sono praticamente nulli. Contesti come questo rischiano di essere un danno maggiore per il futuro piuttosto che per il presente: a tamponare adesso, come molti hanno scritto ed analizzato, sono le famiglie. Ma è impensabile sperare che la situazione si risolva da sola e l’immobilismo determinato dal poco coraggio o dalla mancanza di trovare accordi coerenti è il viatico di una lenta agonia della forza lavoro italiana. Ma i giovani non sono solo quelli italiani: ce ne sono molti stranieri, extracomunitari e i dati che li riguardano parlano di una crescita di oltre 150mila unità (anche se una buona parte è frutto, secondo i sindacati, dell’effetto emersione legato alla sanatoria; dati ISTAT ). Chiaramente la ‘qualità’ del lavoro mediamente è molto più bassa tra la popolazione immigrata ed, anzi, è spesso quella maggiormente soggetta ad infortuni ed incidenti. Si dibatte spesso sulla differente “disponibilità” che hanno molti di questi lavoratori verso condizioni peggiori sia di carattere economico che di ambiente più generale.

    Cercando però un punto in comune, vedo, in chi cerca lavoro senza trovarlo e in chi lo accetta a qualsiasi condizione, una certa tensione nella ricerca di una propria Libertà. Che può significare autonomia, possibilità di crearsi una propria vita indipendente dal proprio passato più vicino. Penso che sia difficile dirsi e sentirsi veramente liberi se si è nell’impossibilità di scegliere, nell’incapacità di poter provvedere a se stessi.

    Le “L” del titolo erano però tre. La terza è quella di “Lakas” che, in filippino, significa forza. Ed è ora di mettercene insieme al coraggio di fare delle scelte. Forza!

  • Bucare il video

    Bucare il video

    Conoscere gli altri attraverso uno schermo è senz’altro uno dei meccanismi più praticati nella società odierna. A pensarci bene, la celebre frase di Andy Warhol “un giorno tutti avranno il proprio quarto d’ora  di celebrità” è ormai forse superata: quel quarto d’ora, almeno nella percezione personale, sta prendendosi più tempo. Anche in campo professionale si muovono i primi passi verso modalità di presentazione delle proprie skills in maniera multimediale. Il video-curriculum è stato un primo tentativo di rendere a video il proprio set di competenze: a mio modo di vedere è fallito soprattutto perché una video presentazione ha bisogno di una professionalità che difficilmente si può reperire (almeno a basso costo): una professionalità delle tecniche che riguardano non solo la strumentazione e l’”arte” del suo utilizzo, ma anche tutto ciò che concerne la vera e propria rappresentazione (dal setting alla possibilità di “bucare il video” del candidato).

    C’è poi da rilevare che quelle che potremmo definire come capacità ricettive di una grande parte di noi sono modificate (e modificano) con una certa velocità: il taglio dello spot da 30 secondi ha inciso più di quanto si possa credere sulle nostre abitudini e modalità di recepire input (in formato immagine direi).

    In questo articolo del Sole 24 Ore si trovano comunque consigli pratici su come e perché realizzare un videocurriculum anche se non mancano le critiche anche da parte di autorevoli addetti ai lavori.

    Molto più in linea con le dinamiche sociali e con le attuali tendenze in questo campo, come peraltro si accenna anche nell’articolo, trovo siano tutte quelle produzioni video che hanno più naturalezza (anche se costruita), più realtà (anche se mediata, il reality insegna!), più spontaneità (perlomeno nell’individuare il focus del filmato). Mi sentirei di suggerire una formula che possa prevedere tre domande e tre risposte sulle proprie abilità, competenze, attitudine o quanto altro possa essere colto al volo dallo “spettatore” (di Youtube si intende). Non rimane che preparare  domande e risposte, mettersi davanti ad una camera e… ciak, si gira!

  • Professioni titolate

    Professioni titolate

    Mi ricordo che una volta (o ancora oggi?) il titolo di “dottore”, ancor prima di essere una qualifica in senso tecnico (propria di chi aveva completato con successo gli studi accademici) lo era in senso sociale, relazionale, gerarchico se andiamo abbastanza indietro negli anni.

    Il “dott”, e la “dott.ssa” naturalmente, era colui (o colei) che, al di là delle competenze sviluppate o meno, aveva già in quel suffisso tutto il potere di agire con maggior rispetto e, quel che più importante, senza tema di smentita (almeno pubblica o palese). Il progresso e la diffusione dell’università ad una popolazione più vasta  hanno poi svalutato il titolo accademico, ancor più oggi con intrecciati e differenziatissimi titoli universitari.

    Nel numero 854 del 15 luglio 2010 di Internazionale c’è un articolo interessante sulla la pratica di titolare a profusione all’interno delle aziende di tutto il mondo, in particolare in quelle grandi. Sembra quasi che la pratica tutta italiana del “dott” abbia assunto un aspetto diverso per adattarsi all’eterogeneo mondo produttivo.

    Che sia la crisi ancora incombente che permette di elargire con maggior generosità titoli professionali piuttosto che premi in denaro? Che sia il desiderio di distinguersi per poter far valere, magari anche solo a se stessi, il proprio potere? Che sia una risposta, almeno formale, al continuo proliferare di nuovi ambiti produttivi? Qualunque sia la causa, pare proprio che l’idea nominare qualcuno, ad esempio, “capofacilitatore” non sia spiritosa ma inerente chissà quale organigramma aziendale. Il vizio è lo stesso che si ritrova negli annunci di lavoro nei quali, a dir la verità, qualche volta vien da chiedersi se la figura ricercata non sia frutto di un brainstorming un po’ troppo allegro anziché di una ponderata definizione professionale.

    Otre al fastidioso risultato di creare confusione nel mercato e false aspettative nella futura classe di lavoratori (ad ogni livello), le “professioni titolate” rischiano, stando a quanto dice l’articolo dell’Economist ripreso dalla rivista italiana, di annebbiare il mercato del lavoro rendendo inutili i semplici dipendenti.

    L’impressione è che alla domanda “chi fa cosa?” la risposta sia mancata nella sostanza ma non nella formalità in cui la fantasia e la generosità di termini hanno provveduto oltre misura. Nella mia organizzazione abbiamo scelto invece un percorso diverso: stiamo cercando di definire, in maniera condivisa con i diretti interessati, alcuni profili professionali. Lo sforzo sarà anche quello di capire in che misura, con quale risorse e con che stile possano essere delineate anche nuove funzioni per gli stessi profili, purché insistano sulle competenze già acquisite. Il metodo in questo senso è quello di guardare alla sostanza delle attività piuttosto che all’apparenza dei nomi che il mercato restituisce ogni volta che c’è una qualche novità. Mi sembra più sensato un percorso che preveda la nascita di nuovi profili professionali laddove ce ne siano ragionevoli e fondate motivazioni di carattere economico e produttivo.

    Ogni professionista (in senso letterale) possiede, oltre che una faccia a cui affibbiare un titolo, anche una testa, un cuore, un cervello e tante altre parti con cui sviluppa molte competenze, capacità, strumenti. Sarebbe bene non fermarsi al volto. Anche perché, come diceva il principe Antonio De Curtis, “ognuno ha la faccia che ha, ma qualche volta si esagera!”

  • Connessione benessere

    Connessione benessere

    La Finlandia rende l’accesso ad internet un diritto (dal primo luglio scorso questo diritto è legalmente riconosciuto) e, pare, che sulla stessa strada siano già Svizzera e Spagna. Perché questa scelta è importante oltre il valore politico-sociale che le può essere riconosciuto?

    Le ICT sono l’ultimo dei baluardi a cui la nostra civiltà di aggrappa per poter continuare a vedere sviluppo. In questo senso, credendo che lo sviluppo non possa continuare a risolversi nell’equazione di un maggior consumo, le tecnologie dell’informazione (internet in una sola parola) non cambiano (non cambieranno?) le sorti del mondo.  Ma allo stesso tempo il web, e tutti i suoi corollari, è una delle principali fonti di novità, di “creatività sociale”, di dinamismo.

    Per questo andrebbe agevolato, supportato, diffuso (c’è chi sostiene che dovrebbe essere insignito del premio Nobel, www.internetforpeace.org).  La diffusione di internet ha come conseguenza anche una popolazione più consapevole, più informata, più “educata” . In quest’ultimo caso anche nell’accezione di una maggiore competenza (e familiarità) con nuovi prodotti e servizi che esistono già o che esisteranno tra qualche tempo. Avere un consumatore “preparato” ad un nuovo bene da immettere nel mercato è un vantaggio per il posizionamento del bene stesso e della sua fruibilità; e della propensione all’acquisto dello stesso.

    Più banalmente la propagazione della connessione (meglio se veloce ed affidabile) è una forte leva per la riduzione dei costi. La mia amica R lavora da qualche tempo da casa per la maggior parte della settimana; il suo datore di lavoro ha ridotto le dimensioni degli uffici, risparmiato sulle utenze, aumentato la produttività (R mi dice che nota come, da casa, impiega un terzo circa in meno del tempo a svolgere le stesse operazioni). Il datore di lavoro di R non ha avuto alcun incentivo e non ha partecipato ad alcun seminario sull’importanza di internet. Solo che sa fare i conti; e sa fare l’imprenditore.

    La diffusione di internet trascina quella di nuovi prodotti e di nuove opportunità, che  a loro volta trascinano la crescita (più consapevole magari) ed un benessere (più duraturo e forse sostenibile). Bisognerebbe provare: drag and drop!