Francesco Vernelli

comunicazione, web, marketing

Lo strappo

Definire questi tempi diventa spesso difficile: si parla di cambiamento, transizione, crisi, opportunità e via dicendo; con molta precauzione su previsione a medio e lungo termine. Come quando corri, le previsioni su quanto sarà lunga la corsa dipendono da quanto vai veloce. E la nostra è una società (mondo produttivo compreso) che ha sempre accelerato.

Ho fatto in altre occasioni un esempio. Ho come l’impressione che l’epoca che stiamo vivendo, anche da un punto di vista di orizzonti professionali, assomigli parecchio ad un foglio strappato. Come se si strappasse un foglio di carta in due parti. Che cosa accade lungo lo strappo? Osservando da vicino si potrà notare che la lacerazione non sarà perfetta, lineare, netta; avvicinandosi molto, anche con lo sguardo ad occhio nudo,  si potrà notare che ci sono dei pezzetti di carta, magari minuscoli, rimasti attaccati solo da una parte. Hanno un legame debole ma non sono stati abbastanza fortunati (o forti) da rimanere attaccati all’altra. Magari avevano tutte le possibilità di restare più saldamente ancorati su un lato piuttosto che sull’altro. Invece la sorte (o se l’avessero, una loro recondita volontà) li ha lasciati così, quasi appesi.

Ecco, io credo che questo periodo sia contraddistinto da molti soggetti (professionalità) ancorati debolmente ad una parte (la storia, il passato, un modo di intendere la vita ed il lavoro che sta cambiando) ma non abbastanza ‘robusti’ da poter agganciare l’altra parte (il presente ed il futuro, una versione ed una visione non ancora completamente manifestati).

Se dovessimo disegnare su un foglio strappato in due metà, il segno diventerebbe più incerto nel momento del passaggio lungo lo strappo: il tratto si spezzerebbe, il disegno nel complesso sarebbe meno completo (anche se, chi crede nel destino potrebbe dire che il disegno è già completo e si tratta soltanto di ricongiungere i tratti).

In qualunque modo la si voglia interpretare, questa modesta metafora riesce, secondo me, a trasmettere chiaramente una visione abbastanza precisa del tempo che stiamo vivendo (e penso anche che lungo lo strappo ci siano capitate un paio di generazioni in particolare). La speranza che possiamo nutrire è che lo strappo possa essere fonte di un rinnovato spirito di collaborazione (tra generazioni, tra classi lavorative, tra professionisti ed imprese) e che, un po’ come le rughe sul viso degli anziani, possiamo essere in grado di interpretare questo come un segno di una importante esperienza.

La bellezza della creatività

La fine dell’anno porta sotto i miei occhi una bella lettura che prendo anche come un buon presagio per l’anno prossimo. In uno scritto di Francesca Rigotti dal titolo “La creatività tra filo del pensiero e parto mentale”  (su “Animazione Sociale n. 247”) c’è un percorso di ricerca per scovare l’immaginazione al lavoro.

Partendo dalla mitologia classica, per arrivare a cose ben più quotidiane, la creatività rimbalza tra due metafore: quella del labirinto inestricabile dal quale si esce soltanto con una sorta di arguzia e quella del parto di una nuova “creatura” (idea), una sorta di “colpo di genio”.  Entrambi i percorsi passano attraverso tortuosi meccanismi, difficoltà impreviste, vincoli all’apparenza insuperabili.

Non è un viaggio ‘purificatore’ e nemmeno sacrificale, al termine del quale si ottiene il risultato; un percorso influenzato da una serie di maestri del bello e del buono che si trovano, prima di tutto, nelle cose di tutti i giorni. Quanto più quello che ci circonda rifugge dalla futilità e racchiude la qualità (intesa come caratteristica che riunisce in sé la bellezza estetica e la sostanza materiale), tanto più il percorso che riusciamo ad intraprendere avrà possibilità di condurci fuori dal labirinto, farci partorire un concetto originale, nuovo, autentico.

Una sorta di gestazione,  che come ho sempre sostenuto è di per sé già un grande atto di “attesa amorevole”, porta con sé il mistero ed il peso (gravidanze vien da grave) della creatività.

È strano a dirsi ma auguro a tutti noi un anno venturo grave, pesante, e pieno di creatività: che possa infine farci dire…”partoriamo nuove idee!”.

il labirinto della creatività

Budget

Stabilire un obiettivo, pianificare, mettere in campo le azioni per raggiungerlo, controllare di averlo raggiunto: tutto quanto fa budget (nella sua accezione più completa). Nelle imprese è una guida (a volte rigida), nella vita quotidiana delle singole persone è comunemente considerata una buona prassi (non così diffusa forse). Chiaramente la programmazione economica di un’organizzazione è un passo essenziale per una corretta gestione e, ancor di più, per pianificare e controllare la crescita. Forse non è tutto o forse non è più così essenziale per un’adeguata “armonia” nel contesto in cui si opera: un solo punto di riferimento (il budget) non è sufficiente per raggiungere gli obiettivi e ancor meno se il timone è in mano solo a pochi che non condividono e non rielaborano, con metodologia social, le complessità delle scelte. Nel libro di Neils Pflaeging, Leadership e obiettivi flessibili. Beyond budgeting: come rivoluzionare il sistema delle performance (http://bit.ly/h7npPF), la tesi è proprio quella di una nuova concezione della gestione aziendale basata non più su di una concezione gerarchica ma su percorsi di miglioramento delle persone e dle contesto (ambiente) in cui si muovono. Chiaramente la ricetta, se così la si può chiamare, non è direttamente applicabile a tutte le realtà: servono periodi e modalità di adattamento ad una nuova concezione della struttura organizzativa e ad i suoi comportamenti. Rimane l’utilità di provare, fin da subito, ad immaginare un diverso stile di leadership; l’efficacia risiederebbe anche nella possibilità di misurare le proprie performance su periodi temporali che, ad oggi, risultano molto brevi rispetto al passato. L’estrema flessibilità dei mercati impone spesso decisioni che possano portare al raggiungimento di obiettivi anche semestrali: la condivisione e la motivazione all’interno del gruppo di lavoro potrebbe essere le armi vincenti. Come dire, la capacità di innovare passa anche attraverso le persone; magari sarà un social budgeting a guidare le imprese del futuro.

 

L’impresa di un’idea

Cosa vuol dire fare impresa? Compiere un’impresa? Detto così vien subito da pensare ai mirabolanti viaggi di Ulisse e a tutte le imprese, appunto, epiche connesse. Richiama virtù, astuzia, coraggio, intraprendenza. Interessante che alcuni, se non tutti, questi termini sono, con una certa facilità, assimilabili anche a chi, di mestiere (?), fa l’imprenditore.

Il nostro ordinamento giuridico ha raccolto in parte questa caratterizzazione “sentimentale ed emotiva” dell’imprenditore; dalla lettura combinata dell’articolo 2247 (“con il contratto di società due o più persone conferiscono beni o servizi per l’esercizio in comune di un’attività economica allo scopo di dividerne gli utili”) e del 2082 (“è imprenditore chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi”) del codice civile si evince che, per fare tutto questo, una certa dose di confidenza con la complessità l’imprenditore deve averla. E la complessità sta proprio in quell’attività economica al centro di entrambe le disposizioni: ad essere essenziali, e forse un po’ semplici, questo potrebbe significare, banalmente, fare in modo che che i ricavi superino i costi. Ma credo che non sia solo una questione di prendere le misure e dosare bene gli ingredienti: come quando si cucina, per fare un piatto mangiabile basta seguire la ricetta; per farne uno speciale (vendibile direi) bisogna avere stile ed una certa dose di creatività.

Chiunque si pone l’obiettivo di presentare i rudimenti per fare impresa parte sempre dal concetto che alla base ci deve essere un’idea; con delle caratteristiche ben precise: innovativa, possibile e che possa rispondere a certi bisogni del mercato. E sulla prima questione, l’originalità, ci si ferma spesso perché, pare, nel mondo di oggi è già stato inventato tutto e per la creatività non c’è più spazio. A dirci che non è proprio così, o quantomeno che ci sono strade diverse e praticabili, lo dicono alcuni giovani che hanno partecipato alla competizione di Junior Achievement con idee di business che nulla hanno da invidiare a quelle dei grandi. La competizione, oltre al valore educativo, insegna che creatività non è solo avere delle idee strabilianti e mai viste: per chi cucina un’impresa, e non solo, la creatività è un mix di fantasia e concretezza da saper usare con le giuste dosi. E, parafrasando il topolino del cartone Ratatouille, “tutti possono cucinare!”.

Connessione benessere

La Finlandia rende l’accesso ad internet un diritto (dal primo luglio scorso questo diritto è legalmente riconosciuto) e, pare, che sulla stessa strada siano già Svizzera e Spagna. Perché questa scelta è importante oltre il valore politico-sociale che le può essere riconosciuto?

Le ICT sono l’ultimo dei baluardi a cui la nostra civiltà di aggrappa per poter continuare a vedere sviluppo. In questo senso, credendo che lo sviluppo non possa continuare a risolversi nell’equazione di un maggior consumo, le tecnologie dell’informazione (internet in una sola parola) non cambiano (non cambieranno?) le sorti del mondo.  Ma allo stesso tempo il web, e tutti i suoi corollari, è una delle principali fonti di novità, di “creatività sociale”, di dinamismo.

Per questo andrebbe agevolato, supportato, diffuso (c’è chi sostiene che dovrebbe essere insignito del premio Nobel, www.internetforpeace.org).  La diffusione di internet ha come conseguenza anche una popolazione più consapevole, più informata, più “educata” . In quest’ultimo caso anche nell’accezione di una maggiore competenza (e familiarità) con nuovi prodotti e servizi che esistono già o che esisteranno tra qualche tempo. Avere un consumatore “preparato” ad un nuovo bene da immettere nel mercato è un vantaggio per il posizionamento del bene stesso e della sua fruibilità; e della propensione all’acquisto dello stesso.

Più banalmente la propagazione della connessione (meglio se veloce ed affidabile) è una forte leva per la riduzione dei costi. La mia amica R lavora da qualche tempo da casa per la maggior parte della settimana; il suo datore di lavoro ha ridotto le dimensioni degli uffici, risparmiato sulle utenze, aumentato la produttività (R mi dice che nota come, da casa, impiega un terzo circa in meno del tempo a svolgere le stesse operazioni). Il datore di lavoro di R non ha avuto alcun incentivo e non ha partecipato ad alcun seminario sull’importanza di internet. Solo che sa fare i conti; e sa fare l’imprenditore.

La diffusione di internet trascina quella di nuovi prodotti e di nuove opportunità, che  a loro volta trascinano la crescita (più consapevole magari) ed un benessere (più duraturo e forse sostenibile). Bisognerebbe provare: drag and drop!